Cuore di sabbia

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Ti osservo, seduto su quella vecchia poltrona di pelle, tatuata dalle crepe. La stanza sarebbe ancora bellissima, con quelle colonne liberty, e il soffitto decorato, se non fosse che tutto è diventato col tempo grigio, annerito e cadente. Guardi il foglio bianco, interdetto. Per la prima volta non sai cosa scrivere: indugi sulla vecchia Remington senza saper bene cosa fare. Ti piace, la macchina da scrivere. Io uso il computer: lo trovo molto più pratico, ma tu… tu sei un romantico, anche su queste cose. Ami il suono della carta quando sfili il foglio dal rullo; il picchiettio dei polpastrelli sui tasti; il campanello che scatta a fine corsa; e l’odore dell’inchiostro. Quello, lo so, ti inebria.

La tua Remington ora è muta. Capisco cosa tu possa provare, amico mio: è successo anche a me, il cosiddetto blocco dello scrittore. Una tempesta di emozioni ti attraversa, ti frusta violentemente, ti strappa via brandelli di anima. Improvvisamente, per un istante, non senti più nulla, dopo di che inizi ad avvertire una strana sensazione. Senti il torace contrarsi, con calma, ma inesorabilmente. Il cuore ti pare fatto di sabbia, e si asciuga: i suoi colori si schiariscono, mentre l’acqua l’abbandona. Lentamente si dissolve, polverizzato.

Osservo l’espressione dei tuoi occhi, un tempo brillanti di vita ed entusiasmo, ora spenti: fuggita la curiosità, svanita la voglia di innamorarti delle cose… Che ti è accaduto, amico mio? Non me lo vuoi dire. Lentamente ti chiudi, e non mi lasci più spiragli. Ti osservo, e quasi non ti riconosco più: i capelli sono spariti, la carnagione divenuta pallida, grigia; sei dimagrito terribilmente, quasi scheletrico, il viso scavato. Provo a chiederti cosa ti affligga, ma tu non mi osservi, e ti limiti a rispondermi con un laconico: «Và via. Sono dannoso. Stammi lontano». Cerco spiegazioni, al fine di aiutarti, ma tu rispondi alla stessa maniera: «Và via. Sono dannoso. Stammi lontano». E insisto, perché, lo sai, sono testardo, e voglio esserti d’aiuto. Ma tu continui a far girare lo stesso disco. Poi aggiungi, una volta sola: «Lasciami morire». Lasciarti morire? Scherzi? No, voglio aiutarti, lascia che ti aiuti. Insisto, ad ogni tuo reiterato rifiuto, fino a farti sbottare, come un animale ferito. «LASCIAMI MORIRE!» mi urli in faccia. Ed io rimango impietrito per un lungo momento, di fronte a quella insolita rabbia, venata da una disperazione mai vista prima in te. Poi, lentamente, e senza capire, abbasso il capo, rassegnato; scuro in viso, ti volto le spalle, e mi allontano, lasciandoti solo con la tua agonia. Mi mancherai, amico mio.

(In sottofondo: We are the fallen – I will stay)

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