Tatami

gloves and medals

La mattina di domenica, in inverno, ha un che di particolare: contrariamente ad altri, anche di domenica ti alzi presto, non indugi tra le coperte, che paiono volerti tentare quotidianamente con il loro soffice calore.

La colazione, anche di domenica, è sempre leggera: pochi biscotti con il latte e l’ovomaltina. Anche se hai più di trent’anni, continui a far colazione come quando eri bambino. Prepari il borsone, facendo il check mentale di ogni singolo elemento: calzoncini, paratibie, guantoni… hai preso la conchiglia? Magari stamattina fai guanti, meglio portarla, sempre!

Prendi l’auto, e via verso la palestra. Non ci andresti in macchina, se non fosse che ti alleni a venti chilometri da casa. Un viaggio che non ti pesa, anzi: esci sulla statale circondata da campi nudi, ammantati da una coperta di foschia. Ti piace. Ti piace quel paesaggio, agli occhi di molti tetro e scarno, e che a te trasmette una sensazione onirica: esso pare ancora dormire, in attesa del risveglio primaverile e della cura amorevole della mano dell’uomo.

Sono le 9:00 di mattina, sei solo sul tatami, il quale ti accoglie silenzioso. Ti inchini, vi sali sopra, lo senti abbracciarti le piante dei piedi, e pare perfino ti sorrida. Respiri, ti chini, poggi i palmi sul pavimento imbottito. Quasi avverti l’energia della terra fluire dal suo centro incandescente, passare attraverso il terreno, e correrti nel corpo attraverso ogni singolo vaso sanguineo. Chiudi gli occhi, e in un respiro lungo una vita passano milioni di fotogrammi, a velocità siderale. Le vene si contraggono e si rilasciano, in una danza; la senti, quell’energia rovente, quella forza che ammanta ogni tua singola fibra, fuoco liquido che corre nelle vene pulsanti. La ascolti, sussurrare a bassa voce una singola parola, un termine che ai più suona con una vibrazione negativa, mentre a te conferisce forza benefica, propositiva: “combatti”.

E mentre ti scaldi, mentre procedi con gli esercizi di posizioni, di tecniche, mentre esegui le ripetute al sacco, avvolto dalla solitudine e dalle note che ti danzano nei timpani, constati per l’ennesima volta cosa significhi il termine “volontà”. Significa non cercare scuse. Significa agire. Significa mettersi in discussione, ed essere disposto a ricominciare da zero, senza piagnucolare. Volontà significa raggiungere i propri limiti fisici, e saper andare oltre, anche solo di poco. Volontà significa non avere confini mentali: prendere il proprio pensiero, spogliarlo da vincoli, convenzioni, preconcetti, e renderlo leggero, fluido. Acqua.

Nelle cuffie passano brani differenti, ognuno dei quali fa vibrare il tuo corpo al suo ritmo. Lente marce orchestrali, rabbiosi brani thrash, bestiali voci di death metal, solenni sinfonie epiche: si susseguono in un’onda di energia, che alimenta ulteriormente la tua spinta. “Mordi” il tatami, ti muovi scivolando su di esso rapidamente, determinato e concentrato. Intorno a te non esiste nulla. Esiste solo il tatami; l’universo diventa finito, e termina lì. Nessun suono, nessun elemento esterno può penetrare quella parete invisibile. Non esiste nulla, solamente la ricerca del controllo. Governa la tua mente, per coordinare il tuo corpo. Volontà.

Passa, all’improvviso, “Promentory”: la senti partire, lentamente, in apparenza uguale nel suo dispiegarsi tra le note, eppure essa muta in un crescendo, che assume maggior certezza. Man mano sale di intensità, come un uomo che prende con lentezza a camminare, dapprima quasi arrancando, stanco; il suo animo, pian piano prende decisione, conferendo ai propri passi una determinazione incrollabile. Non avverte stanchezza o debolezza. Non prova paura o incertezza. Sente premere solamente l’energia conferita da un’impalpabile chiamata alle armi. I muscoli si tendono prontamente, i pugni si serrano con decisione, le vene pulsano rabbiose. Le labbra sorridono. Gli occhi scintillano.  “Combatti”.

Ami la Muay Thai. Non è uno sport: è arte. Arte di controllare mente e corpo, in un concerto armonico e potente, il quale trova la sua massima espressione nell’esecuzione del combattimento: due guerrieri, si muovono uno in funzione dell’altro, in risposta a una mossa, a una finta, danzando in sincronia. La potenza del colpo, sferrato con rapidità, con grinta ferina, sintetizza l’atavico istinto predatorio, perché, pur evoluti, siamo animali, in simbiosi con la natura. Ed è per questo che, quando poggi i piedi sul tatami, ti isoli per un istante, un momento in cui chiudi gli occhi, e avverti quelle energie correrti lungo il corpo. Ti senti invincibile, e poco conta che tu lo sia o meno: sai che ogni volta che sei sul ring, affronti te stesso. Ti sacrifichi, dai tutto ciò che hai, tutto quel che sei, e ancora di più. Vuoi la vittoria, ti prepari per ottenerla, per perseguire il tuo fine, per andare a prenderti il successo, e tuttavia, è nella battaglia che trovi l’apice della tua espressività; è una semplice parola, che racchiude tutti i sacrifici, il dolore, la stanchezza, le paure. È una semplice parola che ti fa sorridere al solo pronunciarla: “combatti”.

E allora combatti, con un sorriso feroce sul volto, vivo, protagonista della tua vita. Combatti sempre, non importa chi sarà il tuo avversario. Non conta se sarà più forte e abile di te. Non conta se sarai sconfitto, poiché se avrai dato tutto, se avrai vissuto ogni istante al massimo delle tue potenzialità, allora sarai vincitore.

(In sottofondo: Trevor Jones – Promentory)

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