Ciao Ayrton

Ayrton_Senna_08

Il primo maggio di quel 1994 c’era un bel sole caldo: si usciva in maglietta, ma si stava bene, niente afa, quella sarebbe arrivata puntualmente un mese e mezzo dopo, a rendere l’estate vercellese il solito inferno umido. Oggi piove e fa freddo; ho indosso un maglione invernale, e se guardo fuori dalla finestra mi sembra novembre. Nel maggio ’94 avevo quattordici anni, e da buon adolescente con sangue emiliano coltivavo l’amore tutt’ora vivo per i motori. La mia memoria è sempre stata buona, soprattutto per ciò che suscita il mio interesse, e così, da bravo ragazzino appassionato, ricordavo ogni passaggio dei circuiti di Formula Uno, perfino le marce impiegate ad ogni curva.

Quel pomeriggio seguivo il gran premio di San Marino. Di quello schianto sul muretto del Tamburello ricordo ogni dettaglio, così come di tutto ciò ne che seguì: i bollettini medici e la voce della dottoressa che annunciava la morte di un campione. “Cerebralmente morto”. Non mi vergogno a dire che quel giorno ho pianto, come farebbe ogni piccolo ammiratore di fronte a un idolo che torna uomo per un momento, palesando al mondo la propria mortalità. Adoravo Senna, e scioccamente, come i ragazzini fanno per gli eroi, non immaginavo potesse morire, come chiunque altro. Il tempo ha portato altri fenomeni sui circuiti, eppure lui è rimasto lì, irraggiungibile, non nelle cifre, quanto nell’idea di campione in sé: lui, il migliore di tutti i tempi.

Di te non ricordo tanto i titoli, le cifre delle vittorie o i tempi record. Di te ricordo i sorpassi al limite, quelli nel budello intricato di Montecarlo, i duelli tutt’altro che amichevoli con Prost, con cui ti prendevi a sportellate spesso e volentieri, soprattutto in Giappone. Ricordo quando sei rimasto a piedi poco prima del traguardo perché finita la benzina, che non si aggiungeva ai box durante la corsa, ma si doveva far durare per tutta la gara. All’epoca non avevi strategie di rifornimento, niente soste in autogrill per fare il pieno. Se volevi partire in testa dovevi schiacciare sul pedale alle prove, fare “semplicemente” il tempo più breve. E per vincere dovevi tenere tutti dietro, essere il più veloce, bruciare le gomme sul limite del cordolo, mentre il brivido ti correva sulla schiena a 300 e passa all’ora, mentre il motore ruggiva alle tue spalle e tu, casco dorato in testa, divoravi l’asfalto entrando nella leggenda ancora una volta. Scendevi dalla tua splendida Mclaren bianca e rossa, alzavi le braccia al cielo e ti godevi la pioggia di champagne a celebrare l’ennesimo trionfo. Di te ricordo tutte queste emozioni, tangibili oggi come allora; tue, e mie di riflesso, vissute attraverso le tue strabilianti imprese, che mi facevano immaginare a sei anni di guidare la tua Lotus nera. La Formula Uno non mi appassiona più, non la seguo da tempo ormai, però l’ho vissuta da ragazzino attraverso le tue imprese, grazie a te. Ciao Ayrton.

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