La marcia della Regina Nera continua ancora

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L’Unipol Arena illuminata dalle torce del pubblico

Se sei cresciuto con la musica dei Queen, e ieri eri all’Unipol Arena di Bologna, avverti ancora un sapore agrodolce sulle labbra. Il compito di Adam Lambert è indubbiamente ingrato: non puoi fare a meno di confrontarlo con Freddie Mercury, di paragonarne la fantastica voce, la massiccia presenza sul palco, il modo unico in cui coinvolgeva il pubblico.

Ecco perché per valutare questo concerto dovresti sdoppiarti, considerare da un lato i Queen in senso assoluto, quelli che sentivi da piccolo nel mangianastri, e dall’altro tener presente esclusivamente il trinomio Taylor-May-Lambert. Ma non si può, ci provi, mentre fai ingresso nell’Arena. Vedi Brian May far cantare la chitarra con i riff cristallini e possenti di “Tie Your Mother Down”, la lancia nell’assolo ululato di “Killer Queen”. Guardi Roger Taylor tuonare “We Will Rock You” sulla batteria, martellare sulle note di “Don’t Stop Me Now”; li osservi e li ascolti, ti pare Wembley, cerchi Freddie e John Deacon, ma non li trovi, ti sfugge un sospiro, ma che musica, come sempre! Che performance da parte di due che di primavere sulle spalle ne hanno, ma suonano ancora alla grande.

Adam Lambert si muove sul palco, porta la voce al limite quando sa di poterlo fare e si risparmia laddove sa che deve. Ci sa fare, molto, tuttavia non ce n’è, non è Freddie, nessuno lo è; lui lo sa e lo dice apertamente durante lo show. Non aiuta il modo di porsi e l’abbigliamento, che sanno d’emulazione, di un pallido tentativo nel somigliare a chi è inimitabile. Eppure, nonostante ciò, il ragazzo è maledettamente bravo. Scorre “Bohemian Rhapsody”, e pensi al primo videoclip della storia del rock; passa “Who Wants To Live Forever”, e ti immagini le scene del film “Highlander”, marchiato Queen dall’introduzione ai titoli di coda.

No, non puoi ascoltare il trittico Taylor-May-Lambert senza paragonarlo ai Queen. Ti scrolli di dosso per un attimo i fasti del passato, e assapori la pienezza di un concerto comunque eccezionale, memorabile, strepitoso; rimane, quella punta agrodolce, eppure… eppure nelle performance permea l’energia che Mercury trasmetteva, una forza che si innalza attraverso le note di pezzi come “Tie Your Mother Down” e “Fat Bottomed Girls”. Ascolti i brani avvicendarsi nella scaletta e ancora ti torna Wembley, ti compaiono i video di “Radio Ga Ga”; i “duetti” di Freddie con la folla a suon di vocalizzi, compaiono improvvisamente sullo schermo, e la commozione si fa strada.

Finisce con il tradizionale “God Save The Queen” britannico, chiudi gli occhi, e sorridi al pensiero di aver potuto assistere a questo concerto, mentre la band riceve una meritatissima standing ovation. Se da un lato il ricordo di Mercury adombra l’immagine rimaneggiata del roster britannico, la sua energia dirompente pare trasparire attraverso le note e le performance on stage di chi ad oggi lo ha ricordato, proseguendo, a ben ventisei anni dalla sua scomparsa, la lunga marcia della Regina Nera.

Articolo pubblicato su Music Attitude

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