Il Tempo

Era un uomo anziano, ormai piegato dagli anni e vessato dalle amarezze.

Viveva solo, di sua volontà, giacché s’era disfatto di amicizie rette sulla convenienza e sulla pigrizia, di amori fittizi che fiorivano a stento su fragili terreni infestati da menzogne. Infine, aveva allontanato tutti, vinto dal livore che così tanto detestava nel prossimo e che inesorabilmente era scivolato anche dentro il suo animo.

E così, l’uomo smise di appassionarsi alla vita: il colore della fiducia, della gioia nelle cose, prese a sbiadire, a stingere; la linfa del suo spirito sfuggiva a ogni delusione, sfumando come carta consumata dalle fiamme d’odio e dolore.

Giunse la “crisi”, nutrita a dismisura dalla cupidigia e dall’egoismo. L’uomo perse il lavoro, ma non s’abbatté, mettendosi tosto alla ricerca di un nuovo impiego, non senza difficoltà: lavori effimeri, uno, due mesi, poi niente, avvicendati da altri mestieri via via sempre più degradanti e sottopagati.

E la Falce proseguiva a mietere gli steli delle vite giunte al capolinea, mandando, nel frattempo, in giro il suo aiutante Tempo, il quale svolgeva con zelo il suo lavoro, portando l’uomo ad avvizzire tanto in viso quanto nel cuore; infine, il Tempo, che stilava la lista della Falce, annotò il nome dell’uomo in cima all’elenco delle vite da prendere.

E dunque la Falce, con il suo incedere tranquillo e sommesso, giunse dinnanzi all’uscio dell’uomo: le nocche bianche sgusciarono con eleganza e lentezza quasi immota, scandendo sul legno tre rintocchi che ogni altro uomo o creatura vivente avrebbe scambiato per i tuoni di un temporale. Con passo incerto, grugniti e imprecazioni, l’uomo giunse alla porta, la spalancò e si trovò al cospetto del Mietitore. Fissò l’incappucciato con aria impassibile, colmo dell’indifferenza di chi ha perso il piacere di ogni sfumatura, compresa quella della sorpresa, finendo per arrendersi al grigio monocromo della quotidianità. La Falce ricambiava lo sguardo impassibile, senza colore, senza sentimento alcuno, disadorna di piacere o rammarico. L’uomo, infine, ruppe il silenzio: «Pare che sia ora. Molto bene. Vorrei farti una domanda prima che tu compia il tuo dovere, se sei d’accordo». Il nero cappuccio del Mietitore si mosse impercettibilmente in un segno di assenso. «Ebbene, tu sei una creatura sola, esattamente come me; io ho provato, durante il tempo, a creare rapporti, sinceri, solidi, con le altre persone, ma ho trovato indifferenza e ostilità. Ognuno voleva soltanto perseguire i propri scopi, e quando mi avvicinavo a qualcuno, questi rifletteva la propria diffidenza su di me; eppure volevo solo un amico, qualcuno con cui dissertare di quel che mi appassionava. Per quanto tempo mi sono fatto carico dei problemi altrui, offrendo aiuto, ascoltando e rimanendo presente. Loro, però, gli amici, se ne sono andati, mi hanno abbandonato proprio mentre chiedevo aiuto. Poi, con il tempo, ho fatto fortuna, da solo, senza supporto, senza incoraggiamenti. Ho ottenuto il successo e le ricchezze, ed ecco allora che sono tornati tutti: gente che mi invitava a feste, uscite, bevute… gente che chiedeva cosa avrebbe potuto fare per essermi d’aiuto… Ah! Li ho mandati via tutti a calci, quei cani! Ho deciso di rimanere solo, giacché la solitudine era più sincera e utile di simili profittatori! Mi hanno dimenticato quando non ero nessuno, ed oggi, che sono qualcuno, eccoli farsi in quattro per esserci! Troppo comodo! Ma divago, me ne scuso. Quello che desidero chiedere, a te che sei sempre solo, è: come ci si sente? Perché io ho scelto di non avere nessuno intorno, mentre tu… tu sei evitato per paura, non per tua scelta. Chi ti vede, cade in preda al terrore, implora affinché tu te ne vada, affinché tu rimandi l’incontro: seppur con gentilezza e sottomissione, essi ti bandiscono, ti emarginano. Come fai? Come ti senti ad esser sempre solo e rifiutato, per l’eternità? Te lo confesso, mio caro, io l’ho fatto per tutta la mia vita ed è stato un calvario. Non riesco a immaginare come possa essere per te, che lo fai da sempre».

Vi fu un silenzio assoluto. Nulla intorno osava spezzare quel momento: i pennuti sugli alberi erano muti, gli insetti nel prato intorno alla sfarzosa dimora erano immobili. Perfino il vento rimaneva in silenzio per non disturbare la riflessione del Mietitore. Da sotto il cappuccio, il volto scheletrico si mosse in quello che doveva essere una specie di sorriso, poi, parlò, liberando una voce gutturale, lenta e sonnolenta, dal respiro affannoso: «Vedi, uomo, tu hai vissuto la tua intera esistenza da solo, prima per volontà altrui, poi per tuo desiderio. Le nostre solitudini differiscono giacché la mia lo è solo in apparenza: io non sono mai solo, io ho sempre il Tempo insieme a me. Il Tempo è a disposizione di tutti; per gli uomini è solo un compagno di viaggio, che vi si siede accanto durante la tratta di un treno, ma per me si tratta di qualcuno che cammina sempre al mio fianco, e insieme al quale sempre sarò. Non mi curo dell’avversione che le creature mortali mi manifestano. Non mi rabbuio al pensiero della fuga che invano tentano di compiere al mio cospetto, della repulsione che provano al solo parlare di me, giacché sono nella natura delle cose, come il sole da cui le ombre della notte sfuggono invano. Io, solo, non lo sono mai. Il Tempo è sempre al mio fianco, tuttavia esso ora s’appresta ad abbandonare te. Vieni, è il momento».

L’uomo rimase un istante immobile, mentre il Mietitore attendeva pazientemente, concedendogli ancora qualche momento. Una lacrima sfuggì da un occhio del vecchio, seguendo il percorso disegnato dalle rughe sul suo viso e, liberandosi dal mento, s’infranse sul pavimento. L’uomo pensò un momento a quella lacrima, la paragonò alle persone che lo avevano lasciato e respinto, a quelle che erano tornate e che lui aveva mandato via. Quella lacrima pareva non voler condividere il medesimo destino dell’uomo, ed era scappata da lui proprio nell’attimo prima della sua fine, senza neppur salutarlo. “Quando la nave affonda, i topi fuggono” si disse con un mesto sorriso.

Il Mietitore, con la lentezza propria di chi non conosca fretta, protese una mano verso l’uomo, e ad egli parve d’intravedere un’espressione di compassione in quelle orbite vuote sotto il sudario strappato. Sorrise alla Falce e prese le dita ossute tra le sue, lasciandosi guidare oltre la soglia della sua dimora, ora vuota e ancor più silenziosa.

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