Biblioteca fantasma: “Se le notti all’inferno”, di Daniele Vacchino

“Se le notti all’inferno” (edizioni GDS) è un libro atipico di Daniele Vacchino, autore di noir, gialli, thriller e saggi, con particolare attenzione al caso del Mostro di Firenze (si segnalano il racconto “Agartha”, presente nel libro “Ritualis”, realizzato con Davide Rosso, “La pinacoteca delle copie” e “La Strega del Ritano”).

Questo romanzo si erge su un accattivante “decadentismo moderno”: una storia cinica, senza la benché minima forma d’edulcorazione, eppur estremamente sensibile nei confronti delle difficoltà che ad oggi sono largamente diffuse nell’individuo. In quest’opera, tuttavia, s’inserisce una severa e giustificata critica alla società, alle sue storture, realizzandone un ritratto fedele, impietoso e destabilizzante, in cui vengono sottolineate deviazioni ormai travestite da costumi diffusi e accettati, perfino incoraggiati e inseguiti dai più.

L’autore descrive la vita oziosa e disincantata di alcuni amici, raccontata in prima persona da un protagonista che manifesta una noia colma di mestizia in ogni ambito della propria quotidianità: il lavoro, gli svaghi, le compagnie femminili costruite su terreni volutamente sabbiosi, incorniciano l’essenza di un nichilismo crescente e angosciante.

A un occhio distratto, la trama potrebbe mostrare molte similitudini narrative con gli innumerevoli romanzi “esistenziali” odierni che imperversano sugli scaffali delle librerie, eppure “Se le notti all’inferno” ne differisce radicalmente, elevandosi da quella cricca di produzioni alla Fabio Volo, fissati su stucchevoli storie d’amore e impressionati su carta dalla proiezione delle proprie turbe esistenziali.

Daniele Vacchino riesce in una grande impresa: prendere le paure, le frustrazioni, i problemi comuni e spogliarli di quei paludamenti banali fatti di figure grammaticali trite e ritrite e di storie fotocopia, vestendoli di tinte fosche, di situazioni crude, brutalmente realistiche, abbracciando lo squallore sociale, eppure senza tralasciare una sensibilità che, rafforzata proprio da questa crudezza, si esprime in maniera più sincera e toccante.

La trama, nella sua linearità, descrive ambientazioni per lo più comuni e diffuse, eppure esse vengono dipinte dall’autore con una sfumatura abbandonata dagli autori contemporanei, a suo modo innovativa: un “neo-decadentismo”, una forma moderna di quell’atteggiamento disincantato e in parte rassegnato, di profonda critica verso il tracollo sociale, oggi più che mai giustificato da un’effettiva involuzione culturale.

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