Biblioteca fantasma: “L’esorcista”, di William Peter Blatty

pazuzu statue

Trovare un’opera horror o gotica di qualità è diventata impresa assai ardua, complice la scellerata politica di case editrici che pubblicano libri dalla qualità discutibile, nei quali disertano perfino il necessario editing; il risultato è la presenza imperversante di contenuti banali esposti attraverso una forma sempre più arida di termini e che contribuisce a impoverire il più bello e ricco vocabolario esistente.

Polemiche a parte, una simile penuria di libri interessanti può portare il lettore verso un ritorno ai grandi classici, i quali, pur recando con sé un retrogusto di de ja vu, non possono che elargire piacere anche in caso di rilettura.

Per quanto mi riguarda, curiosamente, tra esse mancava L’esorcista, splendida opera degli anni ’70, di cui l’ormai scomparso William Peter Blatty è stato fine autore, e dalla quale è stato tratto il famosissimo film.

Ispirato a fatti (presumibilmente) reali, “L’esorcista” si snoda con una semplicità narrativa e una linearità che lo rendono una lettura molto veloce, pregna di atmosfere inquietanti pur senza tirare in ballo scene cruente o particolarmente elaborate. Ed è qui che l’abilità di Blatty si afferma: la paura, soprattutto in un libro, è data dall’immaginazione di chi riceve il giusto input. L’inquietudine che scaturisce nel lettore è accesa da situazioni in apparenza poco eclatanti, come il momento in cui lo psichiatra interroga la bambina, la quale parla con voce alterata, sciorinando le parole alla rovescia, rispondendo alla domanda “Da dove vieni” con un semplice quanto scioccante “Da Dio”. Sono passaggi di questo tipo, sapientemente espressi nelle pagine da Blatty, che rendono l’intera opera un cult del genere, come il momento in cui Regan compare nel salotto durante la festa serale organizzata dalla madre, indicando l’astronauta tra gli ospiti, e annunciandone la profetica morte nello spazio (“Tu morirai lassù, in alto”).

Alla drammaticità della storia non viene a mancare una certa ironia sottile, figlia di un’intelligenza e di un’eleganza che rendono anche i momenti più pesanti privi di quella volgarità fuori luogo ormai sdoganata con la scusa di reclamare la libertà d’espressione. Un umorismo dissacrante ma mai becero, che talvolta alleggerisce la tensione, solamente per riportare il lettore nelle atmosfere buie durante la pagina successiva.

In un periodo nel quale gli scaffali del reparto “Horror” grondano di libri privi di inventiva e di eloquenza, forse riprendere una storia non più nuova può essere la scelta migliore, soprattutto nel caso di una delle più inquietanti e ben raccontate nella letteratura di genere.

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