Preludio

124007

Il sole delle 18:00 splendeva nell’epilogo pomeridiano di quel giugno che, seppur pigramente, aveva preso a scaldare, eppure quella luce aveva qualcosa di innaturale, una tonalità di giallo carica di severa solennità, acuita dalle ombre, insolitamente lunghe anche per quell’orario. Sembrava il sole di un’apocalisse splendente, che, in vece di biblici diluvi, di terremoti, di piogge di fuoco e zolfo, pareva volesse giungere in guisa di un insolito e inquietante sole pomeridiano. La Basilica del paese travestito da città si lasciava abbracciare da ogni singolo raggio di quel sole inquietante, liberando dai mattoni un alone rossastro che si univa al velo giallognolo, dal sapore di realtà sbiadita, corrotta. Il sudario cremisi, lentamente, prendeva a dilatarsi, spegnendosi in un crepuscolo violaceo. L’estate ai suoi primordi è beffarda: ti culla con il calore diurno e ti colpisce a tradimento quando accoglie la sera, alzando un vento ancora gelido, un soffio insistente, sferzante, che fischia assumendo i toni di una risata, l’urlo di una banshee che si aggira tra i campi iniziati a una nuova stagione di semina. In quei campi, scavata nella corteccia di una pianta, tempo addietro qualcuno eresse una lapide: pietra nel legno, la superficie offuscata dalla polvere, dal muschio, dalla vegetazione che con aggressiva pazienza si riprende quanto le viene sottratto.

C’è chi dice che in quel piccolo appezzamento, la notte si odano urla improvvise. Lo raccontano ragazzi che si appartano per consumare qualche intima effusione, lo dice qualche nottambulo che preferisce la solitudine delle campagne a quella metropolitana per il proprio girovagare. Urla improvvise, strazianti, che fanno ripartire le macchine nelle quali gli occupanti sono ancora seminudi, che fanno accelerare il passo di chi si aggiri a piedi, che portano a spingere sui pedali coloro che transitano in bicicletta. E tutti costoro, giurano che tra le urla, nei pressi di quella pianta, si aggiri una figura oscura.

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