Sogni

Dormire continuava a rivelarsi una missione ardua, con il consueto copione di risvegli traumatici ormai recitato a menadito. Se nelle prime volte gli incubi svanivano nell’oblio al mio risveglio, con il tempo essi presero a permeare nella mia memoria, talvolta accompagnandomi durante il giorno. Non appena chiudevo gli occhi, ecco tornare le immagini inquietanti che mi torturavano in sogno, mettendomi di fronte a grovigli di serpenti che comparivano nel letto, ragni che fuoriuscivano dalle pareti, figure ammantate che mi ghermivano stritolandomi in una morsa di dolore…

Sognavo una figura femminile in piedi di fronte a me, avvolta nel buio. Il vento soffiava dalla finestra e le agitava le vesti. I capelli scuri le coprivano il volto e si udiva un rumore simile a un tuono in lontananza, un suono strano, protratto, che pareva virare nel ringhio di un animale. L’aria era pregna di una coltre opprimente, come se stesse per accadere qualcosa di terribile. La donna dava la sensazione di essere foriera di sventure; mi sforzavo di vederla in viso, ma la chioma ondeggiante e le tenebre celavano le sue fattezze. «Svegliati, Pietro. Svegliati…» udivo in un sussurro raggelante. Mi destai di colpo, per l’ennesima volta, levandomi dal giaciglio e osservando il nulla di fronte a me, tuttavia avrei giurato di aver visto anche da sveglio l’immagine di quella donna, presente lì di fronte come lo era in sogno. Sicuramente doveva esser stato il residuo dell’incubo appena vissuto, un segnale sinaptico rimasto impresso per qualche istante, portandomi a proiettare quel quadro onirico nella realtà, ai piedi del mio letto. Battei le palpebre, vedendo l’immagine svanire. Non bastava che mi portassi i pensieri degli incubi durante la giornata, no; ora iniziavano anche a protrarsi nel mondo reale sotto forma di allucinazioni. Dovevo essere proprio stremato. Mi alzai per bere, e magari farmi una camomilla calda. Mentre il bollitore gorgogliava, fischiando gradualmente, avvertii un sibilo lontano discostarsi da quel suono: lo ascoltai, e per un momento mi parse quasi di udirvi la voce della donna del sogno. Per un istante ebbi l’impressione netta di udirla sussurrarmi: «Svegliati, Pietro. Svegliati…».

Via via che il tempo passava, ecco che gli incubi si facevano sempre più insistenti e terrificanti, di intensità tale da portarmi a chiedere cosa fosse sogno e cosa appartenesse alla realtà.

Raggiunsi l’apice dell’angoscia una notte in cui il sogno aveva sfumature così reali da portarmi a svegliarmi urlando, madido di sudore. Respiravo a fatica, memore di quanto vissuto pochi istanti prima nella fase R.E.M.: un’abitazione diroccata, evidentemente abbandonata, le cui mura in rovina erano da tempo state attaccate dalla vegetazione. Il pavimento era completamente coperto d’erba e muschio, ed io mi muovevo circospetto tra i corridoi del rudere. Giunsi a una porta di legno marcio, dalla forma irregolare e i cardini sbilenchi. Feci per girare la maniglia, ma l’uscio non si apriva, trattenuto da qualcosa che dall’altra parte tirava per mantenere la via chiusa. Mi sforzavo invano di aprire, poi, all’improvviso, mi voltai alla mia sinistra, trovandomi a pochi centimetri da una figura alta, un uomo pallido, le orbite vuote, nere; egli aprì la bocca così tanto da far schioccare le articolazioni della mandibola, liberando un urlo inumano che sembrava protrarsi nella stanza subito dopo il mio risveglio. L’orologio segnava le tre di notte, misi le gambe giù dal letto stropicciandomi gli occhi. Mi diressi in bagno, accesi la luce ed entrando buttai lo sguardo sulla specchiera alla mia sinistra, appoggiandomi al lavandino. Avevo la faccia stanca, appesantita dal mancato riposo. Posai gli occhi sul lavabo, ed ebbi l’impressione bizzarra che la mia immagine allo specchio non mi avesse seguito, che fosse rimasta a fissarmi. Alzai il capo, stupidamente alla ricerca di una conferma a quel dubbio assurdo. D’un tratto il mio riflesso ammiccò, quasi impercettibilmente! Cazzo! Mi mancò il fiato, il cuore martellava, poi, in un istante, il mio riflesso allo specchio prese a sorridere, disegnando un ghigno ferino, terrificante. Gli occhi spalancati, in un orribile miscuglio di follia e ferocia. Urlai mentre mi alzai di colpo dal letto, in lacrime. Un altro fottuto incubo! Avevo sognato di sognare! Cosa diavolo mi stava succedendo?!

(Tratto da “La Danza del Diavolo – Gli spettri di Torino“)

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