La luna è crollata – parte 1 (o la prosecuzione di una storia)

Un incipit, talvolta, è molto più di quanto si possa avere a disposizione, soprattutto quando si tratta di raccontare. In questo caso, il sito Briciolanellatte mi ha offerto questa possibilità, iniziando un racconto la cui conclusione è aperta a finali alternativi, nonché alla proposta verso il lettore di redigere un finale di proprio pugno (qui l’inizio del racconto, sulla pagina di Briciolanellatte).

Essendo particolarmente lungo, ho dovuto interrompere la narrazione, che proseguirà in un post successivo.

Buona lettura.

La luce tornò a illuminare il lungomare, le strade furono nuovamente raggiunte da fasci luminosi che con il loro incedere facevano arretrare le tenebre alla stregua di animali impauriti. Tutto era tornato come prima, ad eccezione di qualcosa… le persone. Per le strade non vi era più nessuno: le coppie che passeggiavano mano nella mano… gli anziani appollaiati sulle panchine nei pressi del parco… i bambini scorrazzanti, allegri, che prendevano a calci un pallone improvvisato con fogli di giornale…

L’uomo stava ancora fissando il punto della stanza da cui poco prima la voce di Julia proveniva laconica e venata da un alone di difficile interpretazione: gli era parso, per un momento, che vi fosse frustrazione, oppure un velo di mestizia. Forse, a conti fatti, era semplice distrazione verso quanto lui le dicesse. Non era nuova a una simile estraneazione nei suoi confronti. Aveva avuto l’impressione, nel corso degli anni, che il suo entusiasmo fosse vissuto da lei come un atto tedioso, quasi insolente. Lei era così pacata, talvolta fin troppo: ogni cosa le scivolava di dosso senza scalfire la maschera di algida impassibilità che adornava il suo volto. Eppure, gli pareva di ricordare, vi era un tempo in cui anch’ella si lasciava trasportare dalla brezza di una risata spontanea, nata magari da una sciocchezza, da una battuta improvvisata, e tuttavia così luminosa da farlo sentire vivo come non mai.

«Julia… Julia, dove sei finita?». Le sue parole echeggiavano nella modesta camera d’albergo in maniera innaturale: rimbombavano, come se, anziché trovarsi in una piccola stanza di una pensioncina al mare, fosse all’interno di un’enorme cattedrale, una di quelle in cui i fedeli prestano attenzione a tenere basso il tono, più per il timore di una figuraccia, piuttosto che per autentico rispetto.

Nella medesima maniera, smise di parlare: sebbene dentro di lui premesse il desiderio di chiamarla ancora, con maggior enfasi, balenò nella sua memoria quanto lei odiasse ciò: “Non mi chiamare da una stanza all’altra, lo sai che non lo sopporto”. Le sue parole gli danzarono in mente come un ritornello da cui è difficile liberarsi, uno di quelli che ti gira in testa contro la tua volontà, che stupra le tue sinapsi costringendoti a canticchiare altro, in un infinito esorcismo mentale.

Perlustrò la stanza senza successo, al che uscì, imboccando il corridoio ammantato dalla moquette rossa, discese le scale passando la mano sulla balaustra in ferro battuto, quasi fosse alla ricerca di un appiglio tangibile con cui puntellare la mente incerta. Giunse alla reception, il cui portiere, vinto da chissà quale impellenza, aveva lasciato incustodita. Girò per l’albergo senza trovare anima viva; le cucine erano deserte, così come le aree comuni e gli altri locali di servizio.

Sempre più allibito, prese l’uscita, piombando sulla strada, anch’essa spopolata. Camminò lungo la via lastricata di ciottoli, giungendo nella piazzetta attigua all’hotel: una conca simile a un minuscolo anfiteatro, nella quale ogni sera d’estate moltitudini di famiglie, di coppie e di amici si sedevano gustando un gelato e assaporando l’atmosfera marittima locale, fatta di salsedine, vociare gioioso e note di orchestre folk.

Il silenzio imperante era spezzato solamente dal moto ondoso del mare poco distante, e faceva paura: quel suono così innaturalmente nitido, così distinto come mai ricordava di averlo udito da quella piazzetta. Quando gli era capitato di passeggiare con Julia da quelle parti, nella notte più profonda, vi era sempre un qualche altro suono ad accompagnare quel brusio: Il panettiere che, serranda a mezz’asta, percuoteva la pasta per forgiarla in pagnotte friabili e gustose, oppure il tintinnio di bicchieri e piatti che venivano riposti nell’osteria de “L’Olandese Volante”, in cui fino alla chiusura potevi trovare un paio di nottambuli seduti a chiacchierare ai tavoli ricavati da grosse botti di legno.

Dimentico per un istante di ogni altra amenità, si trovò a rimembrare tutto ciò, riflettendo su quanto gli piacesse, sul sapore di vacanza che recavano quei suoni, quei profumi, ora assenti, sfuggiti come ladri in fuga, lasciandolo immerso in uno scenario incredibilmente spoglio; un ritratto, un dipinto, statico e dai colori sbiaditi.

Un’altra consapevolezza acuì il suo malessere: proprio come l’albergo, altri esercizi erano aperti, seppur disabitati. Un negozietto di bigiotteria, in cui si potevano trovare collane fatte di legno e conchiglie, la merce in mostra sugli espositori di fronte alla vetrina illuminata, il cartello “aperto” appeso sull’ingresso. Anche dagli ambienti de “L’Olandese Volante” fuoriusciva la luce delle lampade, ma priva di qualsiasi vociare. Nessun suono si librava, appesantendo l’atmosfera di un’angoscia paralizzante.

Sondò vicoli e viali, perquisì gli edifici a cui aveva libero accesso, invano: era solo, unico abitante in un villaggio fantasma. Aveva tentato di telefonare dagli apparecchi presenti nei negozi, ma nessun segnale giungeva dai ricevitori.

Il panico prese a insinuarsi in ogni cellula del suo corpo, stillando nel suo cervello una crescente isteria a cui cercava con tutte le proprie forze di porre freno. «Calmati, ci deve essere una spiegazione. Torna in albergo, torna in camera, e vedrai che troverai tutto come prima». Si ripeteva quelle parole come un mantra, mentre faceva ritorno alla pensione. La reception, ancora vuota, gli trasmise un brivido lungo la schiena. Salì le scale fino al secondo piano, dirigendosi di fronte alla sua camera. Infilò la chiave nella toppa: il portachiavi era una sfera di metallo lavorato, brunito, dalle maglie lavorate che lo rendevano simile a una cella tondeggiante. In esso era stato confinato un dado a venti facce, ognuna delle quali recava dipinto il numero della camera: il 21, nel suo caso. Quando girò la chiave, il dado all’interno del portachiavi girò sbatacchiando contro la sua prigione in un suono innaturale, sordo, come amplificato, che quasi lo fece sussultare.

La camera era esattamente come l’aveva lasciata: la valigia ancora aperta sul letto, i vestiti parzialmente riposti nell’armadio. Frugò nel beauty con mani tremanti, estraendo una boccetta di vetro: “Un sogno, un maledetto incubo. Mi metto a dormire, e al mio risveglio sarà passato tutto”, si convinse, contando mentalmente le gocce di sonnifero che si calava direttamente sulla lingua. Si buttò nel letto ancora vestito, muovendosi con irrequietezza e rigirandosi in profondi sospiri, fino a quando le gocce fecero effetto, appesantendogli le palpebre e sprofondandolo in un sonno ottundente e spoglio di sogni.

Il sole lo destò silenzioso, piantandogli spilli di luce negli occhi. La mattina era giunta, e fuori dalla finestra, il suono del mare, lento, monotono, pareva sussurrargli la sveglia.

Ancora niente, nessuna voce, nessun rumore che facesse presagire una presenza umana al di fuori della sua. La frustrazione lo colse: “È tutto inutile. Qualsiasi cosa sia accaduta, sono solo, qui. È un incubo, certo, ma non riesco a svegliarmi”.

Di colpo, gli parve di udire, emergere dal moto ondoso, un altro suono, tenue e lontano. Un trillo si faceva timidamente strada fino ai suoi orecchi, drizzando i peli del corpo e muovendo in lui un moto di speranza: “Il campanello di una bicicletta! C’è qualcuno!”. Si affacciò al balcone e vide, scendere dai vicoli del paese, un carretto dei gelati. In preda all’euforia, come un naufrago che vede passare una nave accanto all’isola, corse a perdifiato per le scale, giungendo in un lampo sulla strada, proprio mentre il carretto a tre ruote giungeva nei pressi, scampanellando allegramente.

«Hey! Hey!», gesticolò in preda all’eccitazione: un bambino di quasi quarant’anni che chiama a gran voce e a gesti il carretto dei gelati, ma non era di un cono al pistacchio che aveva voglia, in quel momento.

Il carretto rallentò la corsa, fattasi più rapida lungo la discesa, fino a fermarsi di fronte a lui. Quando vide il conducente, un brivido lo colse lungo le ossa: era vestito esattamente come un gelataio, ma la sua pelle era livida, lucida sotto i raggi solari, il fisico estremamente magro, al punto che dalle braccia nude si vedevano distintamente i profili delle ossa. Il volto era talmente smunto che le labbra grinzose mostravano un accenno di gengive. Gli occhi erano coperti da una benda bianca, sporca e lisa. Era pelato, e indossava un cappello bianco, su cui la scritta “gelati” campeggiava ricamata in un rosso vivido. Seppur bendato, l’uomo pareva vederci benissimo, poiché si voltò verso di lui, ossequiandolo: «Buongiorno, signore. Desidera un gelato? Che gusti preferisce?». Il suono di quella voce parve graffiargli le orecchie, come artigli rapaci.

Rimase interdetto da quella figura, dalla sua presenza inquietante, che l’abbigliamento candido rendeva grottesca, ma non meno ripugnante. Fuggì, mentre udiva alle sue spalle la voce dell’uomo, lenta e stridula, apostrofarlo: «È certo di non volere un gelato, signore? Sono i migliori dell’isola».

(Il seguito qui…)

 

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