La luna è crollata – parte 2

Seconda parte del racconto scaturito dall’incipit di Briciolanellatte

Buona lettura.

 

Corse a perdifiato per diversi minuti, svoltando in un vicolo che saliva lungo una scalinata stretta e ripida. Le antiche palazzine si affrontavano così vicine che parevano baciarsi con le imposte: legnose labbra screpolate dal tempo e dalla salsedine. Case che si tenevano per mano con fili da stendere, dai quali panni variopinti si spiegavano al sole in guisa di nobili vessilli.

Rimase un momento a fissare quello scorcio spettacolare, affascinato dal silenzioso scenario, tutto d’un tratto dimentico della figura inquietante incontrata, dell’angosciante amenità in cui era stato catapultato.

Infine, il raziocinio lo scosse da quel torpore, spingendolo a voltarsi indietro: il gelataio non l’aveva inseguito, il che diede al suo cuore una fugace tregua, tuttavia preferiva non tornare sui suoi passi, non per il momento, perlomeno. Salì la scalinata che si inerpicava nell’entroterra, dipanandosi in strette curve sorvegliate dalle case. Perse la nozione del tempo, incapace di stabilire da quanto stesse calcando quella interminabile scalinata, quando il torpore in cui ogni passo lo immergeva venne squarciato da un profumo che invase il suo olfatto, cingendone le narici con l’abbraccio di un salvatore: il profumo di pane caldo. Udì il rumore di metallo che strusciava sulla pietra: la pala di un panettiere che infornava dolce pasta, cullata dalle fiamme della cottura. Quel suono gli apparve celestiale melodia, una soave sinfonia di salvezza, di speranza, che lo catapultò ancora una volta a quand’era bambino e, andando a scuola, passava davanti alle panetterie che sfoggiavano pizze e focacce dai cestoni in vimini. Seguì quel delizioso olezzo come un segugio, tendendo le orecchie per captare l’origine del suono, giungendo di fronte a una bottega di panetteria: finalmente! Entrò timidamente, apostrofando l’uomo che armeggiava con il forno: «Mi scusi…», ma il resto della frase gli morì in gola. Il panettiere si voltò mostrando lo stesso inquietante individuo dei gelati, solamente vestito con abiti diversi. Lo fissava da sotto la benda cenciosa, aprendo le labbra grinzose in un sorriso agghiacciante, che lasciò scoperti denti neri incastonati nelle gengive violacee: «Mi dica pure. Vuole una focaccia? Le ho appena infornate; dovrà pazientare qualche minuto. Glielo assicuro, sono una vera delizia, le più fragranti dell’isola». Arretrando per l’orrore, cadde all’indietro, sbattendo le terga sugli scalini: «Chi sei?! Che cosa vuoi da me?!», gli riuscì di chiedere in un accesso isterico. Sentiva le lacrime gonfiarsi negli occhi, distorcendo l’orrendo spettacolo dinnanzi a lui. Mentre strisciava a terra, la creatura rimase a osservarlo da dietro la benda, in silenzio. Corse via, la vista offuscata dalle lacrime ormai in fuga lungo le guance, il respiro provato dalla salita e squassato da singhiozzi di angoscia. Giunse in cima alla scalinata trovandosi in una piazza maestosa, sulla quale un maniero di pietra grigia si ergeva come un titano a guardia del paese. Il lato sud si spalancava sulla veduta mozzafiato della costa. Riprese fiato, inseguendo ancora una volta la calma, condizione ormai sfuggente e sempre meno familiare. S’appoggiò al parapetto, rifugiandosi nello spettacolo di pace e armonia trasmesso dallo scorcio del belvedere.

Poteva distinguere l’insenatura nota come “conca azzurra”, per via dei microorganismi che rendevano l’acqua uno specchio smeraldino, in cui il sole si tuffava in riflessi di cielo. Più in là, il porticciolo ai cui moli erano attraccate imbarcazioni di ricchi turisti e laboriosi pescatori. Le barche! Avrebbe potuto impossessarsene di una e fuggire, allontanarsi da quell’isola. Un momento… “Isola” … Un pensiero lo assalì: non erano in un’isola. Come gli era venuto quel pensiero? Il paese sorgeva lungo la costa, abbarbicato alle colline a ridosso del mare, ma vi si giungeva in auto. Il traffico, tuttavia, era precluso, e le vetture dovevano essere lasciate presso un parcheggio fuori dal paese, raggiungibile in bicicletta, oppure su un originalissimo servizio di navetta tramite carrozze. Quel pensiero improvviso gli conferì finalmente il raziocinio che le forti emozioni avevano seppellito, e prese a rimuginare su alcuni dettagli. L’uomo bendato non l’aveva mai inseguito e, apertamente, non gli aveva mai mostrato alcun atteggiamento ostile, seppur la sua cordialità stonasse con le sue fattezze. Qualcosa, tuttavia, balenò nella sua mente più dell’aspetto grottesco della creatura: “isola”. Sia nelle vesti di gelataio che in quelle di panettiere, la creatura aveva menzionato un’isola: “i gelati migliori dell’isola” … “le focacce più fragranti dell’isola” …

Se, in qualche modo, quell’essere avesse ragione, le barche avrebbero rappresentato un ottimo mezzo di fuga, probabilmente l’unico. Ridiscese i gradini di gran carriera, rallentando solamente in prossimità della bottega del panettiere, muovendosi circospetto. Il locale, tuttavia, era aperto, ma disabitato. Neppure i profumi che lo avevano ingolosito si libravano più nell’aria. Sopprimendo un brivido di repulsione, dette una sbirciata all’interno: dell’uomo bendato non vi era più traccia, il forno era spento, nemmeno le braci lumeggiavano dal suo ventre.

Proseguì fino alla via principale, da cui aveva iniziato la fuga dal gelataio. Ivi, camminò con passo svelto, ma sempre guardandosi intorno, nel timore d’incappare in un nuovo incontro con quel tetro figuro. Cominciava a intravedere le punte degli alberi dei velieri ormeggiati nel porticciolo, e via via che i particolari si delineavano alla sua vista, un moto di speranza gli alleggeriva il cuore. Vide qualcuno armeggiare su un peschereccio, e l’angoscia prese a comparire con insistenza pulsante nelle sue viscere: “Dio, no, non di nuovo”. Ebbe la tentazione di fuggire da quella figura di spalle, certo di chi fosse, tuttavia una nuova energia fluì in lui, portandolo a stringere i pugni, a serrare la mascella. La paura, seppur presente e pulsante come un’emicrania, cedeva parzialmente il passo a una stizza crescente, a una rabbia atavica, figlia del desiderio di sopravvivere. Lo sguardo s’indurì e i passi assunsero maggior determinazione via via che si avvicinava al pescatore: «Hey!», lo apostrofò, la voce arrochita dall’adrenalina, sebbene sporcata da un lieve tremito d’incertezza. Il pescatore si voltò con lentezza, mostrando i tratti dell’uomo bendato, dalle cui mani livide pendeva una lunga cima. «Buongiorno. Le occorre qualcosa? Vuole noleggiare la barca? Il giro dell’isola è molto suggestivo, mi creda».

«Diamoci un taglio», si sorprese a dire in tono sprezzante. «Voglio sapere cosa sta succedendo. Chi sei, tu? Perché sei l’unico essere presente qui? E perché continui a parlare di isola? Questa non è un’isola».

La figura mantenne per qualche momento il raccapricciante sorriso, infine trasse un lungo respiro, che all’uomo parse pregno di frustrazione, seppur sommessa, quasi rassegnata. Il ghigno si spense sulle labbra grinzose, portando l’uomo ad arretrare di un passo, di colpo nuovamente impaurito. Ebbe il timore che la creatura l’avrebbe aggredito in un balzo e si sarebbe cibato con le sue carni, immaginando scenari cruenti e spaventosi. L’uomo bendato, tuttavia, non fece nulla di tutto ciò; rimase immobile, fissandolo da sotto la tela lercia che gli velava gli occhi.

«Tu pensi di essere ancora al villaggio, ma sbagli. L’ultima volta che lo hai visto è stato nel momento in cui ogni luce si è spenta. Questo non è il villaggio, anche se gli assomiglia in tutto e per tutto; sì, è un’isola, ma un’isola molto particolare, da cui non riuscirai a fuggire con un peschereccio». Fece per salire sul molo, lentamente; i passi portarono l’uomo ad arretrare ulteriormente; la sua determinazione venne istoriata dalle crepe di dubbi, di paure.

La figura bendata allargò le braccia, come a voler tranquillizzare l’uomo: «Non sono qui per farti del male; io sono un custode, non un carnefice. Vieni, camminiamo». Disorientato da quel repentino cambio di atteggiamento, seppur ancora diffidente nei suoi confronti, l’uomo seguì la figura bendata lungo le strade del villaggio. Mentre camminavano, i vestiti del personaggio bendato mutarono: il maglione di lana pesante e i pantaloni da lavoro cedettero il posto a una lunga palandrana bianca, sporca e consunta; un cappuccio era calato sulla testa glabra dalla pelle livida.

Passeggiarono lungo la via principale, nel silenzio rotto solamente dal ruggito del mare e dai passi dell’uomo… solo i suoi; la figura bendata si muoveva senza emettere un rumore.

«Dove siamo? Perché non c’è nessun altro? Mia moglie… gli abitanti del villaggio… perché ogni cosa è esattamente come la ricordavo, ad eccezione delle persone?». La figura passeggiava con le mani dietro la schiena, la posa fiera, il busto eretto; a dispetto del suo aspetto ripugnante e degli abiti dimessi, quella creatura mostrava ora una dignità quasi nobiliare, il che costrinse l’uomo a provare un moto di ammirazione. «Sei nella tua mente, in un certo senso. La tua mente ha costruito questo luogo, in un istante esatto, quando qualcosa ti portò qui. Qualcosa che interruppe la tua vita terrena così come la conoscevi».

L’uomo si arrestò, fissando la creatura bendata con occhi sgranati: «Vuoi dire che sono morto?!». Il Custode si esibì in uno dei suoi ghigni spaventosi: «Non posso dirti altro, sono spiacente. Però posso dirti che il tuo cervello ha immortalato una sorta di cartolina, un’immagine statica, che, come un big bang all’interno della tua testa, è esplosa, liberandosi fino a creare questo scenario».

Rimase interdetto dalla spiegazione offertagli, ma ancor più disorientato dal nuovo atteggiamento della creatura, di quel “Custode”, che pareva scortarlo per le vie di quel luogo come una guida turistica. Era assurdo.

«Io ero in vacanza con mia moglie. Com’è possibile tutto questo? E le persone… perché non ci sono le persone?», chiese nuovamente, frustrato dalla scarna risposta del Custode, che, frattanto, s’era allontanato da lui, fermandosi di fronte alla balaustra del lungomare. Il sole era sceso con repentina celerità, allungando le ombre e colorando l’ambiente di una luce solenne, inquietante.

«Questo lo dovresti dire tu. La mente è la tua, uomo, ricorda. Io sono soltanto il Custode. Fai ciò che credi, ma da qui non puoi andare via. Rassegnati». Detto ciò, la figura prese a dissolversi in polvere, dispersa dal vento che aveva iniziato a soffiare lungo la costa. Il sole era ormai sparito, portandosi via il tepore e obbligando l’uomo a correre al riparo. Senza molte alternative, decise di dirigersi in albergo. Aveva accarezzato l’idea di tornare al porticciolo, di avviare una delle imbarcazioni e allontanarsi da quel luogo, tuttavia qualcosa lo aveva dissuaso: il pensiero dei telefoni inservibili e la sensazione che le parole del Custode fossero inconfutabili. “Da qui non puoi andare via”. E proprio la rassegnazione a cui lo aveva invitato il Custode si faceva strada nel suo animo, portandolo a vivere passivamente quella prigionia. Si aggirava mollemente per le strade, si addormentava senza sognare, risvegliandosi privo della sensazione di riposo che il sonno elargisce al mattino; non provava appetito né sete, e non avvertiva la debolezza del digiuno. I giorni trascorsero lentamente; di tanto in tanto scorgeva il Custode osservarlo da dietro la benda, in piedi lungo una via, o seduto sopra una panchina del lungomare. Qualcosa, tuttavia… qualcosa non tornava…

(Il seguito qui…)

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