Biblioteca fantasma: “Il Vij”, di Nikolaj Gògol

La letteratura russa consta indubbiamente di solenni capolavori che meriterebbero maggior spazio, anziché finire per essere inevitabilmente dimenticati dai più. È quanto succede anche a “Il Vij”, opera splendida di Nikolàj Gògol che, dopo le pubblicazioni anni ’80 e ’90 di Sellerio e BUR (ormai fuori catalogo), latita nelle librerie, e la cui reperibilità è oramai offerta esclusivamente da biblioteche e venditori privati che ne cedono una copia a prezzi esorbitanti.

È significativo che quest’opera sia poco diffusa in Italia, tanto quanto riconosciuta ampiamente nel resto del mondo (è possibile trovare diverse copie de “Il Vij” in francese e in spagnolo), al punto da portarne una trasposizione cinematografica, il cui esito si è rivelato tuttavia un pessimo rimaneggiamento dell’opera letteraria.

“Il Vij” è un racconto breve, articolato su una sessantina di pagine e che, come vuole la tradizione produttiva di Gògol, verte su ambientazioni bucoliche in cui si dipanano leggende e stregonerie, alle quali sono accostate superstizioni e usanze folkloristiche accattivanti. Le tinte fosche sono esaltate da una contrapposizione di aspetti grotteschi in cui il filosofo Chomà Brut si rende partecipe e s’imbatte durante le sue vicende, ma che lo porteranno a vivere avventure surreali, fino a trovarsi obbligato a porre rimedio a una situazione oltremodo scomoda e che minaccerà la sua stessa vita.

Una spiacevole disavventura alla quale il filosofo stesso faticherà a credere recherà con sé conseguenze drammatiche: la chiamata da parte del signore di un villaggio spalancherà di fronte agli occhi di Chomà un sipario oltre cui sfileranno terribili figure infernali. Nella sua semplicità, e considerando l’epoca in cui quest’opera venne composta, si esprime la genialità di un autore che si rivelò maestro nel paludare di abiti tetri e sinistri i sonnolenti paesaggi rurali.

Di particolare rilevanza è la delineazione del protagonista, il quale non è rappresentato dallo sfortunato filosofo, bensì proprio dalla campagna russa. Come nelle “Veglie alla fattoria presso Dikan’ka”, essa viene raccontata alla stregua di un personaggio, di un essere quasi vivente, ne vengono delineati i tratti per mezzo della descrizione delle tradizioni di un popolo, delle credenze e delle abitudini. La campagna, dunque, si dipinge temporaneamente delle tinte variopinte di un folklore allegro e spensierato, per poi cedere repentinamente il passo alle sfumature ben più cupe delle superstizioni locali, sfumando dalle scanzonate note di festa e baldoria verso più drammatici scenari.

Un linguaggio sopraffino, reso efficace grazie a una sapiente traduzione, contribuisce di gran lunga alla fruizione di un testo che, a prescindere dai gusti personali di genere, meriterebbe una lettura da parte di chiunque e dovrebbe essere oggetto di un rilancio editoriale in un panorama letterario decisamente ricco di quantità, ma altrettanto povero di qualità.

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.