La luna è crollata – parte 3

Terza e ultima parte del racconto scaturito dall’incipit di Briciolanellatte

Buona lettura.

Il sole splendeva con un’allegria verso cui si scopriva insensibile, la mente assorbita dal tentativo di accalappiare un pensiero sfuggente, i cui contorni si delineavano appena, al punto da farlo piombare in una forsennata ricerca, acuita dalla frustrazione di non ricordare. Seduto sul molo, si gingillava con le chiavi della camera d’albergo, giocava con il portachiavi; non ne aveva mai visto uno fatto in maniera simile. Di solito le camere d’albergo – quelle che recavano ancora le chiavi tradizionali – erano legate a una semplice targhetta su cui campeggiava il numero di stanza, invece quel manufatto era così particolare… il dado rotolava nella sua gabbietta, mostrando il numero 21 a ogni faccia… Di nuovo quell’alone di pensiero, quello spettro sinaptico che infestava la sua mente e scompariva in una presa in giro dei suoi neuroni. Cosa… che cosa…

L’albergo si ergeva alle sue spalle, non molto lontano dal molo, mostrandosi in tutto il suo splendore: un capolavoro architettonico in stile Liberty, dalle pareti bianco avorio, istoriate da colonne e statue di fanciulle alate. Dalla sua posizione riusciva a scorgerne l’intera sagoma, la cornice lavorata da cui ogni finestra si apriva in splendidi balconcini con il parapetto sorretto da piccole colonne… Era così bello, talmente splendido… eppure non era un hotel a cinque stelle, bensì una semplice pensioncina. Aveva davvero dell’incredibile… Qualcosa lo colpì, una stilettata sottile penetrò il suo cervello. Si alzò e si diresse a grandi passi verso l’hotel, recandosi alla reception. Scrutò la rastrelliera su cui le chiavi delle altre stanze pendevano con i loro portachiavi numerati, passandone in rassegna l’ordine. Ogni piano constava di dieci camere, ma nel secondo vi era qualcosa di sbagliato: la sua camera, la 21… come poteva esistere? Le targhette sulla rastrelliera saltavano un numero: 19 e 21. Perché non vi era la stanza numero 20? Salì le scale fino al secondo piano, passando al setaccio ogni porta: 18, 19… 21. La stanza numero 20 non esisteva proprio.

“Qualcosa non torna”, rifletté, ma un’improvvisa stanchezza lo attanagliò, intorpidendogli muscoli e mente. Dovette entrare nella sua camera, fece appena in tempo a cadere sul letto, privato di ogni energia residua, aggredito da un sonno ottundente, pesante, il cui sipario si aprì sopra tenebre oniriche.

Il sonno fu tormentato, costellato da immagini sfuggenti, ma che lo portarono a svegliarsi in preda a lamenti e sudori freddi. Si trovò a urlare, ricordava solo qualche flash che già svaniva nei riflessi del sole mattutino. Il volto del Custode che gli sorrideva tetro… sua moglie Julia (o perlomeno pareva lei) di spalle, in piedi e silenziosa, mentre dalla finestra il vento portava stridule grida femminili, al limite dell’umano… una fitta al cuore, un dolore lancinante che si propagava dalla schiena… poi null’altro.

Si fece una doccia, con la speranza di riuscire a scacciar via quelle immagini raccapriccianti che ancora gli danzavano sotto le palpebre chiuse. Ancora un altro giorno, identico ai precedenti, replica di ieri e foriero del prevedibile domani, nel quale sarebbe stato nuovamente solo, prigioniero di quel luogo ameno i cui colori parevano via via perdere consistenza ai suoi occhi. Lo notava, passeggiando per il viale alberato che conduceva alla chiesetta del paese: le foglie, pur nel pieno del loro turgore, davano l’impressione di perdere la clorofilla, di assumere una tinta più spenta, tendente al grigio. Alla medesima maniera gli giungeva ogni altro colore, perfino il cielo, finora splendente in una volta blu intenso, appariva più bigio, come sporco, quasi come se la volta celeste fosse un miraggio, un dipinto affrescato le cui sfumature venivano intaccate dal tempo.

Il Custode era sempre lì con lui, sebbene si tenesse a distanza; lo fissava da dietro la benda sporca senza proferir verbo. Si fermò nei pressi di una piccola casa in pietra, circondata da un modesto giardino ben curato, gli attrezzi ordinatamente disposti su una rastrelliera fissata a una parete. Fissò senza guardare quel giardino, entrandovi a piccoli passi, distrattamente; la sua mente era altrove, proiettata nuovamente sul sogno, sulle immagini residue che gli balenavano con intermittenza sempre più sporadica nella testa. A dispetto del raccapriccio che esse gli suscitavano, egli ora desiderava trattenerle, spinto da un istintivo e inspiegabile desiderio di ricordare. Cercava di delineare i profili di Julia, di tratteggiarne le linee dei capelli corvini, di disegnarne le curve delle spalle, delle braccia…

D’un tratto, un’espressione sgomenta gli si dipinse in volto: il calore l’investì alla base della nuca, mentre un senso di allerta lo attraversò. Si voltò verso il Custode, in piedi a una decina di metri da lui, mentre una mano scivolava lungo l’impugnatura di un badile fisso nella rastrelliera. Lo sganciò dai fermi, incamminandosi verso la creatura, che lo fissava inclinando lievemente il capo. Quando il Custode fece per aprire la bocca grinzosa, l’uomo lasciò partire un colpo violento e rapido: il badile saettò in pieno sul volto del Custode, facendolo rovinare a terra mentre uno spruzzo di sangue nero si librava in aria. In un istante, l’uomo gli fu sopra, immobilizzandolo mentre gli strappava la benda dal viso. «Come mi chiamo?!», la voce tremava, venata da una punta di rabbia. «COME MI CHIAMO?! DIMMI IL MIO NOME!», gli urlò ora con maggior convinzione, afferrandogli la testa e obbligandolo a fissarlo. Gli occhi del Custode erano piccole fessure da cui s’intravedevano due minuscoli puntini bianchi, simili a spiragli di luce. Il volto era contratto in una smorfia di dolore, eppure, nonostante l’aggressione subita, la creatura sorrideva, mostrando i denti guasti. Costretto a fissare l’uomo, infine, il Custode obbedì: «L-L-L-orenzo», sibilò, e un tuono in lontananza ruggì improvvisamente, facendo trasalire l’uomo. Si voltò in direzione del mare e vide rami di luce spezzare il cielo, ora divenuto plumbeo e gravido di nuvole nere e viola. Riportò lo sguardo sul Custode, ma la creatura non era più lì: al suo posto, un cumulo di terra arida e informe.

Il vento aveva preso a soffiare, sibilando attraverso le grondaie e scuotendo le persiane con la furia di un dio adirato. Lorenzo corse verso l’hotel, entrandovi proprio mentre un nubifragio iniziava a sfogarsi sull’isola con violenza inaudita. Udiva le gocce cadere con una forza che mai avrebbe creduto possibile, e per un istante pensò che l’acqua non stesse semplicemente cadendo, ma che venisse anche spinta, scagliata con violenza dalle nubi, quasi come se volesse penetrare i tetti, ogni altra protezione, fino a spazzare via tutto ciò che si ergesse sull’isola. Corse per le scale, fino alla propria camera, e quando infilò la chiave nella toppa… qualcosa lo fece arrestare. Il portachiavi recava il numero 20; non più il 21 oscillava nella sfera metallica. Alzò lo sguardo sulla porta, e, laddove prima il 21 campeggiava, ora si stagliava il numero 20, inciso in lettere di rosso scuro. Girò la chiave, la serratura scattò con un suono dieci volte più forte del dovuto. Torse la maniglia e aprì.

Oltre la soglia, la stanza era esattamente come quando la luce si spense: la borsa ancora sul letto, le scarpe di Julia lasciate a terra, e… Julia. Gli dava le spalle, ed era immobile, in piedi, scalza. Scorse la chioma nera discenderle fino alla schiena; vide nitide le spalle lasciate scoperte dal prendisole viola, proprio come nel sogno, proprio come quella sera. Gli occhi di Lorenzo percorsero ogni centimetro della pelle delle braccia, fino a giungere alle mani, e lì… vide. Stretta tra le dita della mano destra, la lunga e sottile lama di un coltello, su cui i fulmini rimbalzavano dalla finestra, accecandolo, e da cui gocce scarlatte si staccavano pur rimanendo immobili.

Avanzò lentamente in quel fermoimmagine, avvicinandosi alla donna, fino a giungerle accanto. Il viso di Julia era quasi inespressivo, se non per una piega sottile che ne animava i tratti: un sentimento che non seppe comprendere se fosse di rabbia, o mestizia. Di fronte a lei, a terra, una sagoma più scura si delineava sulla moquette. Il pensiero razionale di scuotere Julia, di chiederle spiegazioni, svanì in una scarica sinaptica, mentre i fulmini imperversavano rabbiosi all’esterno, e la pioggia, in guisa di un predatore famelico, prendeva a scavare le superfici del tetto del palazzo. Senza spiegarselo, Lorenzo s’accasciò dolcemente a terra, occupando lo spazio scuro disegnato dalla sagoma, infine, chiuse gli occhi. Un istante dopo, udì il fruscio di piedi nudi che scivolavano sulla moquette, il rumore attutito delle ginocchia appoggiate a terra. provò ad aprire gli occhi, ma scoprì di non esserne in grado. Avvertì una mano passargli sulla spalla, quasi come una carezza e si chiese se effettivamente lo fosse. Poi i suoni iniziarono a perdere consistenza: il temporale infuriava, eppure sembrava più lontano… infine l’oblio lo abbracciò con amorevole affetto.

La prima cosa che avvertì fu un odore sgradevole, come di medicina. Poi un sapore di vecchio, di stantio, e vociare indistinto, sporadico. Rumore di passi, talvolta pigri, calmi, altre volte spediti, frettolosi. Infine, aprì gli occhi, scorgendo una macchia grigia, sfocata. Sbatté ripetutamente le palpebre, mettendo faticosamente a fuoco i contorni. Alzò lo sguardo e intravide un sostegno di metallo, appeso a una corda di tessuto. Una voce attirò la sua attenzione, ma faticava a muovere la testa. Non aveva ben inteso cosa dicesse, ma il tono apprensivo lo aveva allarmato, condizione che crebbe quando si rese conto di faticare a muoversi. Il viso di un uomo e di una donna gli comparvero di fronte: sembravano entrambi piuttosto giovani – sulla trentina, si sarebbe detto – e lo fissavano con una lieve sorpresa e una certa soddisfazione.

Lorenzo riuscì finalmente a guardarsi meglio intorno, riconoscendo la sala d’ospedale, il medico e l’infermiera al suo capezzale. Le labbra erano attaccate tra loro, incrostate e screpolate, ma riuscì ad aprirle, seppur con grande sforzo. Con altrettanta fatica, infine gli riuscì di parlare: «M-M-M-ia… m-m-oglie… h-ha… cercato… d-di… uccidermi».

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