Il cimitero

«Vai mai a visitare i morti?». La voce della donna giunse nelle sue orecchie con asprezza, improvvisa e rugginosa, al punto da farlo sussultare per la sorpresa e la sgradevole sensazione di sporco che subito l’aveva investito dalla prima sillaba. Si voltò verso l’origine di quelle parole, e si trovò di fronte a una vecchia avvizzita, le ciocche rade di fili rossi e argento, il naso deformato da un’esplosione di capillari. E poi il fetore… un miasma di decomposizione che lo costrinse ad arretrare in un eloquente gesto di repulsione.

La donna non si curò della sua reazione, e rimase a fissarlo infossando le labbra e spalancando gli occhi opachi, in una smorfia di curiosità quasi fanciullesca e che la rendeva improvvisamente simpatica allo sguardo.

«M-mi scusi…?», interloquì lui, senza nascondere il proprio disagio.

«I morti. Vai mai a visitare i tuoi morti al cimitero? È un’usanza assai diffusa, da queste parti».

«No, non direi… Non è mia abitudine», tagliò corto lui, e fece per voltarsi, ma la donna non desistette: «Dovresti, sai? Tutti corrono a destra e a manca, frenetici, e si scordano del passato, eternamente proiettati nel futuro».

«Già… beh, buona giornata», replicò congedandosi, ma la voce della vecchia lo raggiunse ugualmente: «Dovresti proprio andarci, Attilio. Vacci, vacci oggi. Il tempo è un privilegio, non un diritto. Riconciliati con il passato». Si voltò perplesso, e ulteriormente a disagio, ma la vecchia era scomparsa.

Passò la giornata a lavorare, a sbrigare commissioni perennemente con l’acqua alla gola, vinto dalla frenesia di fare quante più cose possibili, quasi come se il tempo stringesse, se i minuti trascorressero minacciosi; era una sensazione persistente, ma fu resa concreta dalle parole della megera.

Il tempo, ancora esso, scorse rapido, e a pomeriggio inoltrato, verso il crepuscolo, quelle parole gli tornarono alla mente: “Riconciliati con il passato”. Senza spiegarsene bene il motivo, si diresse al cimitero monumentale, ancora una volta di corsa, questa volta per riuscire a giungervi prima della chiusura.

Entrò trafelato attraverso l’ingresso principale, mentre la guardia lo ammoniva a non attardarsi: «Un quarto d’ora e chiudiamo. Dovrà sbrigarsi». Ancora di corsa, un’altra scadenza, di nuovo il tempo incessantemente frenetico. Si chiese se fosse lui a renderlo tale, sempre spedito, costantemente con l’occhio all’orologio. Si perse in quei pensieri mentre di buon passo proseguiva attraverso le tombe di famiglia e le croci di granito. Giunse quasi in trance, perso in quel guazzabuglio di elucubrazioni, al punto da non rendersi conto nemmeno di quale loculo stesse cercando: i suoi genitori? Un vecchio amico? Quand’ecco che di fronte a lui una fotografia lo catturò, gelandogli il sangue nelle vene: sulla disadorna lastra di marmo grigio, il suo volto serio e malinconico lo fissava dall’ovale incastonato. “Attilio Lombroso 24 – 07 – 1977 / 19 – 09 – 2018”. Un sapore acre, come di sabbia, lo invase alla gola e alle narici, mentre gelidi rivoli di sudore gli corsero dalle tempie.

«Infine, sei tornato, Attilio». La voce era familiare, eppure più dolce di quanto ricordasse, spoglia di quell’aridità stridente, colma di serena compostezza. Si voltò e vide la vecchia, soltanto che non era più la cenciosa mendicante avvizzita di quel mattino; una figura alta, fiera e dignitosa, dai tratti giovani e delicati. Lunghi e folti capelli rossi recavano lievissime striature bianche, che tuttavia non ne minavano il ritratto di freschezza. Indossava una candida veste bianca che la copriva dal collo fino ai piedi scalzi.

Attilio, colto alla sprovvista, fece per abbozzare una replica, ma il fiato gli si spense in gola. La fanciulla sorrise dolcemente, gli occhi scuri irradiavano una luce di comprensione. Con un gesto lento e cerimonioso, gli tese la mano. Lui non la vide aprire bocca, ma udì ugualmente la sua voce: «È ora. Hai avuto il tempo in più che desideravi, tuttavia pensavo lo avessi sfruttato meglio. Peccato».

Attilio le prese la mano e si lasciò guidare. La fanciulla lo fece adagiare sulla lastra di granito che chiudeva la tomba, e lui serrò gli occhi addormentandosi, fino a dissolversi in milioni di goccioline, come rugiada nell’alba del mattino.

La foto nel ritratto pareva ora pensierosa, come alla ricerca di un ricordo sfuggente; come se s’interrogasse su qualche amletico dilemma a cui, forse, non avrebbe trovato risposta.

(In sottofondo: Therion – The Wonderous World Of Punt)

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