La Messe d’oro

Giuseppe dormiva all’ombra della tettoia, abbandonato su una vecchia sedia a sdraio. Il pomeriggio ai suoi primordi pareva sonnecchiare con lui, placido e silenzioso. L’aria non azzardava a muoversi, quasi come se avesse il timore di svegliare coloro che pigramente si lasciavano cullare dall’abbraccio ipnotico.

Il sogno lo stava cullando dolcemente, anche se, lentamente, prendeva a scuoterlo, portandolo a sussultare e a piagnucolare come un poppante. A strapparlo dall’incubo fu il passaggio lungo la Statale di un chopper ad alta velocità. «Brutto idiota! Ma vai ad ammazzarti!», imprecò l’agricoltore mentre si riaveva dal suo sonnellino. Avvertiva la bocca impastata, un sapore sgradevole sulla lingua. Nonostante l’ombra, il caldo gli aveva appiccicato i vestiti addosso: aveva la canottiera fradicia, da cui la pancetta da birra si faceva strada con prepotenza. Si grattò la testa spelacchiata nell’arduo tentativo di riacquistare un briciolo di lucidità. Jack, il suo Border Collie, stava ancora dormendo della grossa; Giuseppe lo fissò un istante arricciando le labbra: «Beato te che puoi ronfare tranquillamente. Io devo tornare a lavorare, invece, vacca miseria!», borbottò il contadino mentre si alzava dalla sdraio e s’infilava gli stivali di gomma ai piedi.

Davanti ai suoi occhi, la Statale si stendeva irta di crepe, buche e rabberciamenti che la rendevano simile a un serpente fossilizzato, immobile sotto i dardi incandescenti del sole. Dall’asfalto si libravano onde di calore che distorcevano il panorama, curvavano le montagne in lontananza, rendendole liquide. Agosto era al suo apice, il termometro segnava i quaranta gradi, e molta gente era fuggita verso il refrigerio delle vacanze. A quel pensiero, Giuseppe imprecò nuovamente tra i denti, mentre s’issava sul suo trattore. Il vecchio Lamborghini prese a sussultare pigramente, e, con altrettanta indolenza, iniziò a muoversi verso l’appezzamento. Le risaie splendevano con le loro bionde chiome prossime alla mietitura. Mancava ancora qualche settimana alla messe, ma Giuseppe doveva rifare un argine che un recente nubifragio aveva letteralmente distrutto, inoltre doveva concimare un paio di campi che aveva lasciato liberi per la rotazione. L’afa campestre venne di colpo dissolta da un’intensa folata di vento, una raffica gelida e improvvisa, che si trascinò appresso uno stormo di nubi cupe. Il paesaggio era ora spaccato in due: a ovest si stagliava un cielo azzurro immacolato, e ad est incombeva una coltre nera. Giuseppe vi si trovava esattamente nel mezzo, in un insolito confine, interdetto. In lontananza si udirono borbottii di tuoni, mentre tra le nuvole lampi violacei si rincorrevano. Un normale temporale pareva in arrivo, se non fosse che qualcosa non collimava; qualche elemento pareva a Giuseppe inspiegabilmente sbagliato: tralasciando la netta separazione tra cielo nuvoloso e sereno, il contadino poteva scorgere il vento frustare le piante lungo il versante cupo, mentre non un filo d’aria pareva librarsi sul lato sereno. I fulmini, anch’essi, recavano un’inquietante anomalia: solitamente se ne può scorgere la linea seghettata correre dal cielo alla terra, invece quelli… quelli giravano in circolo, somigliando a lucenti serpi frenetiche che si mordevano la coda. Anche il colore delle nubi era qualcosa di assolutamente inedito: un nero velato di porpora, rosa e viola, la cui consistenza appariva come panna, una soffice panna livida e pesante. Giuseppe ne scorgeva le volute muoversi come i muscoli di un titanico animale fluttuante.

Un moto di paura ingiustificato si fece strada nell’animo dell’agricoltore, irrompeva dapprima timido dal profondo dell’animo, nelle origini degli istinti atavici, propri dell’essere animale, e si spandeva in ogni fibra del suo essere come un rivolo d’acqua che rompe con pazienza e calma gli argini. Un bagliore illuminò il cielo nuvoloso, e subito dopo un tuono rimbombò tutt’intorno, facendo trasalire l’uomo. Il paesaggio era ancora spezzato in due, e dal lato soleggiato, Giuseppe ebbe l’impressione di scorgere qualcuno; una figura si aggirava nella risaia, muovendosi con lentezza, le braccia larghe ad accarezzare i culmi delle piante in crescita. Pensò d’essere impazzito, poiché la figura gli parve essere una donna discinta. La vedeva di spalle, ne scorgeva solamente la chioma bionda e la schiena nuda, abbronzata. Meccanicamente, scese dal trattore e si diresse verso la fanciulla, la quale proseguiva a passeggiare in una danza improvvisata, agitando la testa come se stesse seguendo una qualche melodia.

Proseguendo la sua marcia incerta, Giuseppe la studiava dubbioso e inquieto, passo dopo passo. Fu a una decina di metri da lei, e poté vederla meglio: era proprio nuda, ne scorgeva le scapole, la curva della schiena scendere fino ai glutei rotondi. Le gambe sparivano nella vegetazione e continuava a muoversi oscillando il capo, da cui le ciocche bionde svolazzavano in un moto quasi ipnotico.

Giuseppe si lasciò sfuggire un urlo allarmato quando la vide sprofondare di colpo tra le piante di riso, come risucchiata dal terreno, al che il contadino corse verso il punto in cui la giovane era sparita: «Razza d’idiota! Ma i tossici non se ne possono stare nelle città?! Devono venire qui a giocare ai figli dei fiori?!».

Quando giunse sul posto, non trovò nulla di anomalo, se non che della ragazza non vi era più traccia; il velo d’acqua era appena agitato dai passi di Giuseppe, ma sotto di esso non vi era torbidità, non v’era traccia di fango smosso… nulla.

Gli parve, tuttavia, di scorgere un riflesso sotto la luce del sole, di quel sole bizzarro che si contendeva metà del cielo con il temporale: i tratti di una donna comparvero gradualmente nel riflesso dell’acquitrino. Il volto era ora nitido, come se fosse di fronte a lui: gli occhi allungati brillavano di un verde azzurrognolo, in mezzo un naso sottile dalla punta tonda, istoriato da numerose efelidi. La chioma bionda ondulava come mossa da una brezza, incorniciando l’ovale cesellato. Le labbra, leggermente carnose, erano socchiuse in un abbozzo di sorriso, il quale suscitava al contempo sia innocenza che malizia.

Giuseppe era irretito da quel viso e dalla pace quasi estatica che gli trasmetteva; senza rendersene conto, il contadino dischiuse le labbra spaccate dal sole in un sorriso ebete. La fanciulla strinse gli occhi, curvò le sopracciglia in una tacita supplica, tuttavia senza abbandonare il sorriso; pareva ora assumere maggior consistenza, più vivacità nei profili e ulteriore vividezza nei colori. L’oro dei capelli splendeva sotto i riflessi solari, gli occhi pulsavano del fresco bagliore di gemme d’acqua. Giuseppe s’avvicinò alla superficie, inginocchiandosi, sempre più prossimo a baciarle le labbra che si protendevano ora oltre lo specchio. I due stavano per unirsi, quando la fanciulla, trasfigurata in una smorfia di famelica ferocia, fece saettare le braccia verso l’uomo, stringendolo in una morsa repentina; Giuseppe avvertì le dita di lei penetrargli nella carne come aghi brucianti, il volto splendido della ragazza ora pareva liquido, velato d’una tonalità dorata. Non ebbe il tempo di emettere un fiato, né di divincolarsi da quella presa soffocante. La fanciulla lo tirò a sé, facendolo sparire oltre il velo d’acqua. Pochi istanti e il temporale prese a irrompere intorno, oscurando anche la frazione di cielo assolata. Imperversò per alcuni minuti con una sfuriata di lacrime, poi, con la medesima subitanea irruenza, si accomiatò con le proprie nubi, lasciando la volta nuovamente sgombra, e regalando all’ambiente circostante un’altra afosa atmosfera sonnolenta.

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