Biblioteca fantasma: “I ragazzi di Satana”, di Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa

La saggistica è sempre un terreno piuttosto ostico. In genere, quando si scrive di argomenti “reali”, fatti di cronaca o aspetti tecnico – scientifici, la stesura si rivela particolarmente difficile: si devono citare fonti, esprimere concetti e sciorinare dati precisi, nonché approfondire adeguatamente le argomentazioni espresse.

Quello de “I ragazzi di Satana”, di Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa (Bur, 2005), è un lavoro che per certi versi si sarebbe potuto rivelare interessante, ma che tuttavia presenta parecchie pecche al punto da penalizzarne notevolmente la fruizione.

Per chi non conoscesse le vicende, abbiamo a che fare con la serie di efferati omicidi delle “Bestie di Satana”, avvenuti a cavallo tra gli anni ’90 e i primi del 2000, presso le zone di Somma Lombardo (VA).

Ormai fuori produzione, il libro si presenta arduo da reperire, e questo, insieme a numerose critiche positive trovate qua e là su internet, ne ha in parte accresciuto l’appeal nei confronti del sottoscritto.

Non posso nascondere, dunque, una certa delusione quando finalmente ebbi la possibilità di acquistarne una copia di seconda mano e di immergermi nella sua lettura.

Il binomio Sansa – Offeddu partorisce una pedissequa narrazione dei fatti avvenuti, utilizzando una prosa stantia e scarna, che aderisce agli stilemi ormai troppo semplicistici e stereotipati del giornalismo odierno.

Il reportage degli stralci di interrogatori e degli atti processuali, in effetti, rappresenta l’unica componente in grado di destare l’interesse del lettore, specialmente nei confronti di chi non conosca completamente le vicende dell’epoca o anche ne abbia soltanto un vago ricordo. Sul finale, gli autori tentano affannosamente di seguire lo stile di Carlo Lucarelli, con risultati imbarazzanti, aggiungendo un capitolo dedicato a sparizioni apparentemente avulse dai delitti delle Bestie di Satana e in cui si cercano insistentemente collegamenti al fine di insinuare il dubbio del coinvolgimento del branco di Somma Lombardo. Il finale aperto, sfociante in un’immagine conclusiva banale e scontata, è il degno atto finale di un’opera troppo velleitaria.

Le ambientazioni avrebbero dovuto sostenere tutto lo sviluppo del libro, a maggior ragione considerando che si tratta di eventi realmente accaduti. La presentazione di Somma Lombardo è invece affidata alla mera citazione di dati demografici e riferimenti geografici, così ogni possibile contorno viene appiattito da una descrizione insipida di quello che è stato il territorio di caccia delle Bestie di Satana.

L’analisi – o presunta tale – che i giornalisti hanno condotto, poi, rappresenta un’altra nota dolente, forse la più grave in un libro di questo genere: laddove scaturiscono le ipotesi e le elucubrazioni di Sansa e Offeddu, queste si palesano pregne di cliché che denotano una superficialità imperdonabile, e che ostentano un’ignoranza in materia oltremodo irritante.

La promessa di “voler raccontare i fatti”, di non “aver voluto dare giudizi”, s’infrange contro una sfilza di sentenze lapidarie sulla musica, sull’abbigliamento e sui tatuaggi; perfino sul satanismo stesso, dipinto come un culto da setta sanguinaria alla Polanski, in grado di suscitare le risate perfino del fu Anton Lavey.

Un persistente giudizio celato malamente sotto i panni di un sedicente desiderio di portare il lettore a comprendere più a fondo, ad approcciarsi con aspetti che, di contro, vengono confusi da accostamenti e paragoni capziosi; associare Pietro Maso ai Black Sabbath o agli Slayer, mischiando il tutto nella casella degli “idoli da seguire” dai criminali di Somma Lombardo, è un gesto di una faciloneria a dir poco offensiva. L’utilizzo del metal come un trait d’union per la scelleratezza di ragazzi alla deriva, poi, mostra il solito stucchevole bigottismo che cinge le menti di coloro i quali, senza neppur conoscere, associano superficialmente chiodo e anfibi a personalità deviate e distruttive. Scrivono, nel libro: “E si vestono seguendo i propri eroi, che si attaccano al collo le croci rovesciate, che si stampano il tattoo della stella a cinque punte, il numero 666”. Un esempio, questo, di marchiana miopia, con cui viene additato di antisocialità chiunque porti un anello con un teschio, un tatuaggio macabro. Dovendo essere un libro di chiaro stampo giornalistico, ne scaturisce una gravissima e inaccettabile disinformazione da parte degli autori.

Un prodotto, in conclusione, che si mostra utile esclusivamente per le trascrizioni processuali e degli interrogatori, e che, alla luce dei pessimi contenuti di contorno, non si presta a riletture future, ma che palesa, parimenti, la caduta libera del giornalismo verso il pressapochismo e la povertà di contenuti ed espressività.

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