Pellicole spettrali: “The Possession”

Nel filone dei film sulle possessioni demoniache si è spaziato in ogni dove, e negli anni, sia in ambito cinematografico che home video, si sono trovate anche produzioni di pregio.
Già si era parlato della bellissima serie “The Exorcist”, purtroppo ingiustamente chiusa dalla Disney, dopo il suo acquisto della Fox, la quale ne gestiva la produzione.

Fortunatamente, altre storie accattivanti vengono di tanto in tanto partorite, e capita perfino che siano a loro volta affidate a una regia capace. È il caso di “The Possession”, film del 2012, il quale, seppur non faccia quindi parte delle “nuove” pellicole, riesce a inserirsi agevolmente nella cineteca horror contemporanea. Essendo una produzione marchiata Sam Raimi, forse non vi sono molti motivi per essere sorpresi, in fin dei conti, tuttavia la direzione di Ole Bornedal suscita molti apprezzamenti per questa pellicola.

Dal punto di vista della trama, in apparenza non vi è nulla di particolarmente originale: il demone di turno, che infesta una casa, o riposa in una tomba, questa volta è rinchiuso in una scatola, costruita apposta per mantenerlo in cattività, se non che, puntualmente, qualcuno lo libera pagandone le conseguenze.

Le differenze, si sa, così come la qualità, si riscontrano nei dettagli, ed ecco la prima nota originale: l’entità maligna non è il classico demone strappato alla religione cattolica, ma si tratta di una via di mezzo, un dybbuk, ossia uno spirito in grado di attaccarsi alle persone viventi. In realtà, nella religione ebraica, il dybbuk avrebbe una connotazione molto più ampia di quella di un mero spirito maligno, tuttavia il suo adattamento per questa produzione si presta bene pur senza stravolgerne eccessivamente la definizione.

Il panorama religioso, dunque, non vede delinearsi all’orizzonte preti che hanno smarrito la fede, o strenui e navigati esorcisti cattolici, bensì un semplice giovane rabbino che decide di aiutare il povero Clyde (al secolo Jeffrey Dean Morgan: “The Walking Dead”, “The Good Wife”), la cui figlia minore libera lo spirito, finendone succube.

Le ambientazioni sono di grande effetto, grazie all’utilizzo di una fotografia sufficientemente cupa da mantenere le atmosfere il più verosimili possibili e al contempo instillare quella punta d’inquietudine necessaria al filone. Le scene più spaventose sono rappresentate da passaggi che offrono pochissimo spazio a sanguinamenti gratuiti e splatter grossolano, piuttosto prediligono inquadrature dietro l’angolo, voci sussurrate e coni d’ombra dai quali ci si aspetta scaturire di tutto. Seguendo il fondamentale concetto per cui il mostro non va mai mostrato, ma lasciato immaginare, la regia porta a dipingere sulla pellicola la figura del dybbuk con tratti spaventosi, pur palesandolo soltanto in pochi fugaci istanti.

Gli attori si mostrano molto credibili nelle loro interpretazioni, in particolare il succitato Morgan, la piccola Emily (Natasha Calis) – molto brava, decisamente inquietante nel ruolo – e la madre della fanciulla indemoniata, interpretata da Kyra Sedgwick (“The Closer”, “40 carati”, “Gamer”).

Un bell’horror, dunque, che dimostra come si possa spaziare nel genere aggiungendo qualcosa di inedito a un canovaccio già sfruttato. Il tutto, sorretto da un’esecuzione elegante e di grande effetto. È ancora possibile, dunque, ordire trame valide e immergerle in ambientazioni suggestive, mantenendo un buon gusto ormai apparentemente in disuso.

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