Suoni spettrali: Blasphemer – “The Sixth Hour”

Vi sarebbe da chiedersi perché nell’appena concluso festival ligure non vengano mai introdotti esponenti del genere metal o rock, anche se è risaputo quanto simili platee snobbino a prescindere ciò che non sono in grado di comprendere. In fondo, meglio così, considerando il trend assunto dal circo sonoro sanremese nel corso degli anni. In Italia vi è, per fortuna, ancora chi riesce a discostarsi dall’accozzaglia di mercificazione pseudo-musicale, si mostra senza timore, e cavalca i pregiudizi degli stolti con fiera disinvoltura. Esponenti di uno stile additato scioccamente come “rumore” e che rimangono, seppur relativamente, ancora relegati a un certo underground.

Oggi parliamo di una band tutta tricolore, meritevole di lodi per quanto riguarda la produzione musicale e il carattere con cui si esprime, soprattutto in questi tempi di cloni e brani fotocopia portati dalla musica che passa in radio.

Gruppo lombardo, testi in inglese e tanta rabbia da sfogare sugli strumenti: ecco i Blasphemer, che, con il neo uscito “The Sixth Hour”, portano in auge i fasti dello stile metal “old school”, pur proponendo pezzi dal carattere fresco e tecnicamente impressionante.

Una possanza sonora intride ogni secondo dell’album, che si snoda attraverso riff muscolari e variazioni ritmiche sapientemente strutturate, le quali conferiscono all’intera opera una matrice complessa e molto accattivante.

Dare connotazioni forzosamente univoche a lavori di questo tipo sarebbe limitante; al di là delle etichette microscopiche – che talvolta paiono fin ridicole nelle loro sfumature infinitesimali – si può inserire questo lavoro in un Death metal con forti contaminazioni Black, tuttavia si tratta di una produzione talmente complessa e arricchita di sfumature che cercare di ingabbiare “The Sixth Hour” in un’etichetta sarebbe perfino insultante: è sapiente potenza metal, ed è ciò che lo definisce meglio.

Sul piano delle tematiche, da una band apertamente anticristiana non ci si possono aspettare testi particolarmente blandi, anche se ciò non significa affatto una minor profondità espressiva, anzi: in questo lavoro, già dai titoli emerge la rivisitazione in una chiave rude e cinica del percorso della via Crucis, attraverso parole e suoni che dipingono un’immagine più cruda e realistica delle dinamiche narrate nella Bibbia, fino al “De Profundis”, a cui è affidata la chiusura della performance.

“The Sixth Hour” è una grandissima opera, feroce e spietata, eppure estremamente godibile su un piano – relativamente – melodico. Relativamente, sia chiaro, poiché le mazzate sonore arrivano puntuali a qualsiasi punto dell’album, attraverso un fantastico growl, gutturale e pulito, un blast beat massacrante che si unisce alle sventagliate di mitra scaricate dalle chitarre, come in “Stabat Mater”, a cui segue “Blessed Are The Wombs That Never Bore”, un arpeggio acustico che spezza in due l’album, un “occhio del ciclone” che prepara l’ascoltatore a una ripresa di percosse sonore di precisione certosina. “Lord Of Lies” ci precipita nuovamente nei vortici infernali del sound brianzolo, con ulteriore cattiveria, pur senza negarsi passaggi più lenti, inseriti sapientemente nei quarantacinque minuti di questo bellissimo disco, la cui fruizione è certamente limitata a chi si destreggi già nel genere, ma può essere anche rivolta a chi, senza i soliti pregiudizi, sappia realmente ascoltare le sfumature sonore offerte da opere di questa caratura.

Blasphemer: pagina ufficiale su Bandcamp

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