Biblioteca fantasma: “Autodifesa di Caino”, di Andrea Camilleri

Parlare di un autore della levatura di Andrea Camilleri non è mai facile. Difficilmente vengono in mente esponenti letterari contemporanei in grado di unire folklore, profondità umana e umorismo in un amalgama perfetto come ha fatto l’autore siciliano nel corso della sua carriera.

In questo “Autodifesa di Caino”, monologo postumo recentemente rilasciato da Sellerio, si libra tutta la profondità di pensiero, l’ironia e la vasta cultura tipiche di uno scrittore capace come pochi altri di toccare anche argomenti estremamente scabrosi in punta di fioretto.

Negli ormai celeberrimi volumi del commissario Montalbano, più che la vena di giallista, ancora una volta s’innalza la rara capacità di dipingere l’animo di un popolo nelle sue accezioni più basse come in quelle più nobili, di fotografare un territorio rendendone giustizia in ogni sua sfumatura più affascinante, pur senza cadere in luoghi comuni o stucchevoli forme retoriche.

Il termine più consono, a mio avviso, per descrivere il lavoro di Camilleri è “delicatezza”: la delicatezza di chi sa muoversi in punta di piedi anche vergando parole di enorme incisività e durezza, uno splendido modus operandi persistente anche in questo lavoro.

Se nei libri di Montalbano, la critica alla specie umana veniva sovente espressa in maniera “rumorosamente sommessa” (attraverso una fugace osservazione del Commissario, o di un suo sottoposto), qui il dito viene puntato platealmente, con maggior enfasi, e tuttavia senza abbandonarsi a pesanti drammi, anzi: l’umorismo è una costante, tagliente, talvolta buffo, tuttavia non meno sferzante.

Altra grandissima forza di Camilleri è sempre stata quella di caratterizzare con enorme spessore i propri personaggi, perfino quelli marginali a cui era concesso solo il passaggio di pochi paragrafi. Il Caino protagonista, voce narrante, non può non finire per risultare simpatico al lettore, che ne saprà apprezzare la profonda umanità e l’ammirevole accettazione dei propri difetti, oltre che delle proprie gravissime colpe. Eppure, pur consapevoli che si tratti di uno dei personaggi più criminalizzati dalla letteratura, è impossibile non commuoversi di fronte alla sua sensibilità, all’evoluzione della sua storia, raccontata ancora una volta con quella dolcezza poetica prettamente “Camilleresca”.

Nelle argomentazioni del fratello di Adamo, non mancano neppure riferimenti dotti e profonde riflessioni, elargite sovente con poche penetranti parole, ed è anche questo tipico: uomo di una cultura sconfinata, ne ha sempre fatto uso senza sfoggio narcisistico, anzi, spogliandone d’ogni connotazione accademica, ha vestito ogni riferimento, ogni citazione, con panni dimessi e tinte popolari. La trattazione del male, in sé, del suo significato e del suo ruolo nella storia e nel quotidiano, ne è un esempio magistrale.

“Autodifesa di Caino”, dunque, si dimostra essere un perfetto atto finale della carriera di un artista eccezionale, poiché ne racchiude tutte le sfumature stilistiche e sentimentali che hanno reso ogni sua opera un capolavoro letterario.

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