Pub

La luce del pub era soffusa, distribuita con parsimonia dalle poche flebili lampade, pendenti dal soffitto come lucenti impiccati. Al bancone, un barman dall’aria arcigna, appesantito da anni di stravizi, passava senza convinzione uno straccio sul legno invecchiato. Mustaine graffiava le casse dello stereo con la sua chitarra e la voce al vetriolo, sciorinando le parole di Killing Is My Business… And Business Is Good!.

Claudio sedeva a un tavolo da solo, sorseggiando lentamente una Guinness, in attesa di qualcosa da mettere sotto i denti: aveva ordinato un hamburger di Angus, patatine fritte e anelli di cipolle. Aveva una fame del diavolo, complice il digiuno dal mattino: certi incarichi gli portavano sempre una forte tensione, che scaricava sullo stomaco, portandolo a chiudersi irrimediabilmente. A lavoro finito, tuttavia, la tensione s’allentava, permettendo a ogni fibra del suo corpo di rilassarsi, e a quel punto il suo organismo chiedeva con gli interessi quanto negatogli in precedenza. La cameriera gli portò l’ordinazione su un vassoio, sorridendo con scarsa convinzione, benché il burbero proprietario l’esortasse sempre a essere il più affabile possibile con la clientela.

«Ti aspetto alla chiusura; ti porto a casa io», fece Claudio dandosi un tono. La ragazza storse la bocca, scostandosi una ciocca castana dalla fronte, senza neppur guardare l’avventore: «Ho la mia macchina, grazie», e senza dar tempo a qualsiasi replica, s’accomiatò. Claudio lasciò andare una smorfia di delusione, fissando il banchetto, che lo attendeva con aria ben più disposta di quanto non avesse la ragazza, così prese a mangiare. In gioventù era stato un bell’uomo, massiccio e prestante: una muscolatura naturalmente possente, eretta su uno scheletro spesso, i lineamenti duri, ma piacevoli. Ora che era sulla cinquantina, lo stress e la scarsa cura verso sé stesso gli avevano portato via ogni piacevolezza estetica, appesantendo con vistose borse grinzose gli occhi scuri, tirando giù la pelle delle guance in una maschera di mestizia.

Era intento a sbranare l’hamburger al punto da non accorgersi dell’uomo che s’era avvicinato e s’apprestava a prendere una sedia per accomodarsi al suo tavolo. Solo quando questi si sedette, Claudio alzò lo sguardo dal piatto. Fissò l’individuo con una miscela di curiosità e fastidio, prendendosi il tempo per studiarlo mentre masticava il boccone con lentezza esagerata. L’ospite era vestito con un tre pezzi gessato color antracite, scarpe nere, cravatta argento su camicia nera, e un pork pie sul capo che, per il gioco delle luci circostanti, ne celava gran parte del volto. Al taschino portava una pochette di colore identico alla cravatta. Era alto, snello, longilineo.

Claudio deglutì, rimanendo a studiare l’intruso ancora qualche istante, poi esordì: «Che vuoi?». la figura si aggiustò meglio sulla sedia, incrociando le gambe e unendo i polpastrelli: sulle dita affusolate, un paio di anelli dai simboli incomprensibili. Ai polsi, gemelli argentati, su cui un altro logo di difficile interpretazione campeggiava in riflessi color avorio e nero. Un sorriso luccicò sotto il cappello, poi, con voce pacata e profonda, pose una domanda: «Credi tu nella resurrezione della carne?». Claudio strinse gli occhi: «Sei un prete, per caso? Non ho né il tempo né la voglia di ascoltare gli sproloqui di chicchessia. Sparisci».

Da sotto il cappello si udì un lento sospiro, forse delusione, forse impazienza, ma la figura mantenne la propria flemma, posando una mano inanellata sul tavolo. Claudio osservò il disegno del gioiello sull’anulare sinistro: un crocifisso, posizionato alla rovescia. Tentò di scrutare il volto celato sotto il cappello: «Vuoi che ti dia una lezione? Sparisci, sto mangiando».

L’uomo fece tamburellare le dita sul legno consumato, tradendo un certo fastidio. Senza sapere perché, Claudio ebbe un lieve moto di paura, ma lo represse, anzi, si mostrò ancor più risoluto nello scacciare il proprio interlocutore: «Vai fuori dai piedi, imbecille, o ti giuro su Dio che ti spacco la testa sul tavolo».

Le dita smisero di tamburellare, si ritrassero, serrandosi a pugno, scricchiolando all’unisono: «Non sei nella condizione di ordinare nulla, Claudio», replicò lentamente, avendo cura di scandire le parole.

Claudio s’era spazientito: prese saldamente il polso dell’uomo, stringendolo con vigore. Sebbene fosse in declino, rimaneva pur sempre un energumeno di novanta e passa chili di muscoli; il polso si ruppe in un suono secco, eppure l’uomo non emise un fiato, non lasciò andare neppure un singolo tremito, ostentando indifferenza verso quell’aggressione. Claudio, di contro, rimase sconcertato dalla pacatezza dell’intruso, il quale parlò con calma, come se nulla fosse accaduto: «Non vi è più nulla in tuo potere che possa arrecarmi dolore, Claudio».

La flemma nel parlare, la totale indifferenza al male arrecatogli, rendeva quella figura improvvisamente inquietante. “Un drogato”, si trovò a pensare. “Sarà talmente fatto da non sentire più nulla”.

Riassunse sicurezza, al concretizzarsi di questa convinzione, ed estrasse la pistola dal fodero, mettendola sul tavolo, come vedeva in certi film. Pensò di snocciolare un discorso a effetto, simile a quello di Vinnie Jones in Snatch, ma l’eloquenza non era mai stata il suo forte, quindi tagliò corto: «Vattene. Per l’ultima volta. O te la scarico addosso. Giuro che ti ammazzo, qui, davanti a tutti». L’inizio di The American Way, dei Kataklysm, fece sobbalzare per un istante Claudio, depredandolo di un briciolo di sicumera.

Udì quello che poteva sembrare uno sghignazzare sommesso; l’uomo, lentamente, mise una mano sul cappello, posandolo sul tavolo, di fronte alla pistola di Claudio, il quale impallidì. La figura dinnanzi a lui aveva il volto livido, la pelle tirata e profonde occhiaie nerastre sotto occhi che un tempo dovevano essere marroni, ma che ora recavano una patina di lattiginosa assenza sulle iridi. In mezzo a quei bulbi spenti, contornato da bruciature nere, campeggiava un foro di proiettile, dal quale un rivolo di sangue secco disegnava una linea che si biforcava lungo il naso, come la lingua di una serpe morta.

«Non… Non è possibile! Tu sei morto».

«Brillante deduzione, Claudio. Avresti dovuto fare il detective, anziché il sicario». Gli sorrideva, tuttavia l’effetto di quelle labbra avvizzite, contratte, appariva sinistro e sottolineava l’apatia negli occhi morti.

Claudio impugnò la 38 e sparò dritto al petto, perforando la cravatta, che emise pallini grigi in un mélange di sangue secco e tessuto. Il colpo spinse leggermente indietro l’uomo, rovesciandogli il capo e lasciandolo esanime sulla sedia, le braccia penzoloni. Grigie volute di fumo si levavano dal foro sul torace.

Il colpo fece voltare tutti i presenti, immobili di fronte alla scena. Claudio si guardò intorno, l’arma stretta in mano, e vide qualcosa che gli fece rivoltare lo stomaco: gli occupanti del locale… erano tutti morti. Chi recava i segni di una corda al collo… chi era gonfio per l’annegamento… chi annerito dal fuoco…

Scorgendo i volti, travolto dall’orrore, riconobbe tratti familiari: le vittime del suo mestiere, liquidate per conto di qualche politico, di mariti e mogli gelosi, di imprenditori privi di scrupoli… Qualcuno punito in modo esemplare, altri assassinati nella simulazione di un incidente…

Riconobbe finalmente la cameriera: una ragazza che aveva fatto fuori per conto di un’altra donna. Vedeva la medesima indifferenza che gli mostrava sempre ogni qualvolta le facesse qualche pietosa avance, anche se ora, in quel viso piegato dal collo fratturato, scorgeva anche una punta di odio…

L’uomo elegante sussultò sulla sedia, e si ricompose, come se fosse stato svegliato da un sonnellino. Prese il cappello e se lo calò in testa, alzandosi dalla sedia e salutando Claudio con un cenno sulla tesa. Frattanto, gli occupanti del locale si avvicinavano sempre più all’assassino, timidamente, come se in parte ne avessero ancora paura. Dal canto suo, Claudio era paralizzato dal terrore. Sparò con la pistola, scaricando il revolver quasi a casaccio, colpendo il braccio di un ragazzino, la testa di una vecchia, il torace del barman, in cui riconobbe il fratello di un dirigente di fabbrica, il quale lo aveva pagato profumatamente per eliminarlo. Con quel lavoro, si era fatto una bella vacanza ai tropici. Ci pensò, quasi avvolto da una calma improvvisa e rassegnata, mentre la folla avanzava, stringendolo in un cerchio senza via di fuga.

Frattanto, l’uomo elegante s’era fatto da parte, dirigendosi verso l’uscita. Poco prima d’imboccare la soglia, si voltò ancora verso il capannello di gente, da cui le urla soffocate di Claudio scaturivano ora a singhiozzi, alternate da suoni raccapriccianti. Ripeté il cenno di saluto e uscì dal pub.

L’aria notturna era fredda, sebbene la primavera fosse già sopraggiunta. La città era piombata in un sonno talmente profondo da immergervi ogni abitante, e ogni angolo di strada pareva addormentato. L’uomo prese a camminare lentamente, le mani in tasca; si accese una sigaretta, allontanandosi dall’edificio abbandonato in cui un tempo, chissà quando, si trovava un vecchio pub.

(In sottofondo: Megadeth – Killing Is My Business… And Business Is Good!; Kataklysm – The American Way)

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